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| Fuoriclasse
Evergreen |
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Settantotto anni di sfolgorante
carriera in due, nel corso della quale,
accompagnati dai migliori direttori
d’orchestra, hanno sempre riscosso
successi trionfali nei più prestigiosi
teatri d’opera di tutto il mondo. Stiamo
parlando del soprano Mariella Devia e
del baritono Leo Nucci, accorsi
generosamente al capezzale del grande
malato, il Teatro Carlo Felice, offrendo
a titolo gratuito le loro prestazioni, in
due distinti concerti nell’ambito del
ciclo “Voci per un grande Teatro”, che
alla luce di quanto si è sentito sarebbe
stato più appropriato nomarlo “Grandi
Voci per un grande Teatro”. Infatti dopo
le splendide performances di Roberto
Scandiuzzi e Marcello Giordani, i
concerti ai quali abbiamo assistito,
saranno ricordati nel tempo, con il
teatro gremito e col pubblico, al
termine, in piedi, ad omaggiare
meritatamente questi autentici
fuoriclasse. Soave, tremendamente
perfetta, come sempre, Mariella Devia, ha
estasiato la platea con un repertorio
belcantistico di sicuro effetto,
spaziando con estrema sicurezza da pagine
sublimi di Bellini, Donizetti , Rossini e
Mozart. Al concerto partecipava anche il
mezzosoprano Elena Belfiore, anch’essa
oggetto di calorosi applausi. La
direzione dell’orchestra (in un’ottimo
stato di grazia) era affidata a
Giampaolo Bisanti, pienamente
all’altezza della situazione. L’ultimo
concerto, prima del rompete le righe
estivo, vedeva sul palcoscenico il
baritono Leo Nucci: splendida voce,
nobile, autorevole che ha esaltato
immortali pagine verdiane tratte dal Don
Carlo, Un ballo in maschera, Luisa Miller
e Nabucco, donando al pubblico sensazioni
fortissime. La generosità e la simpatia
di questo “ragazzo con quarantadue anni
di carriera alle spalle”, lo portava, al
termine dell’impegnativo concerto, a
concedere bis, coinvolgendo addirittura
il pubblico, in una simpatica, quanto
inconsueta situazione canora. Ad
un’autorevole direzione d’orchestra di
Marco Zambelli, faceva eco le superba
prova del Coro, ottimamente preparato da
Ciro Visco. In mezzo a tanta magia,
l’unica nota stonata, stonatissima veniva
dal prolungato suono di telefoni
cellulari durante i concerti, ma questo
sembra che sia la nuova realtà, di qui mi
sia concesso prendere a prestito
dall’Andrea Chenier: “tal dei tempi è il
costume...".
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| Gianni
Bartalini |
| 03/04/2009 - Una Grande prova del giovane direttore al
Teatro Comunale di
Modena |
| Ernani:
Ottima concertazione di Giampaolo
Bisanti |
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Continua la stagione
lirica al Teatro Comunale di Modena con
Ernani di Giuseppe Verdi. L’opera è
affidata alla regia di Massimo Gasparon
che è anche autore di scene e costumi. Si
tratta di un nuovo allestimento
coprodotto dalla Fondazione Teatro
Comunale di Modena insieme ai teatri di
Piacenza e Reggio Emilia.
Il lato migliore
della serata viene dalla buca orchestrale
ottimamente diretta dal giovane Giampaolo
Bisanti che tiene saldamente in pugno
l’orchestra regionale dell’Emilia Romagna
ottenendo sonorità corrusche e sanguigne ma
sempre ammantate di una chiara e intellegibile
nitidezza musicale. Ottimo anche il rapporto
dinamico fra orchestra e voci. Ci saremmo
aspettati di più dal coro del Teatro Municipale
di Piacenza che, pur supportato dall’ottima
concertazione di Bisanti, è risultato sempre
sotto tono dal punto di vista espressivo
e privo della necessaria potenza e
amalgama. La
messa in scena di Gasparon ha una certa
eleganza, ma risulta generica e troppo
statica. Il coro e le comparse si
limitano ad entrare ed uscire, mentre i
cantanti non eccellono per originalità
nell’impostazione recitativa. Le scene
accennano ad un’ampia architettura,
mentre i costumi di impianto classico
risultano generici e eccessivamente
appiattiti su tinte uniformi.
Buona la compagnia
di canto per un’opera notoriamente ostica per
tutte le voci. Su tutti spicca il Silva di
Giacomo Prestia che delinea un personaggio
formidabile per doti vocali e accenti. Voce
piena e tonda, sicura sia nelle note acute che
in quelle gravi. Fraseggiatore di razza, il
cantante ci regala anche una prova maiuscola di
interpretazione, con sguardi taglienti uniti ad
una recitazione sobria ed efficace, ricevendo
giustamente a fine serata un tripudio di
applausi da parte del pubblico. Buono anche il
Carlo V di Luca Salsi anche se
l’interpretazione andrebbe approfondita
ulteriormente per risultare convincente. Brava
e appassionata Amarilli Nizza come Elvira:
affronta con sicurezza vocale la sua parte, ma
rimane un po’ al di fuori del personaggio
romantico di Elvira da cui avremmo voluto più
slancio ed enfasi. Lo stesso dicasi per
l’Ernani di Renzo Zulian che pur cantando
correttamente non arriva mai a delineare il
personaggio, a rendere questo bandito credibile
sulla scena. Corretto il resto del
cast.
A fine serata
applausi per tutti e ovazioni per Prestia e
Bisanti.
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| Raffaello
Malesci |
| Pigmalione, Salemme e
Santanelli conquistano il San
Carlo |
Non ci saremmo mai aspettati da
Vincenzo Salemme un’interpretazione così
seria ed impegnativa, lontana dal suo solito
genere. La rivisitazione di Pigmalione, una
breve opera di Rousseau, è molto attuale e
piena di spunti interpretativi moderni. La
grande espressività e l’esagerazione gestuale
di Salemme, unita alla riscrittura del
Pigmalione del napoletano Mario Santanelli,
ha dato all’opera un aria frizzante e
leggera.
Innanzitutto la struttura: alternanza di recitativi
e momenti musicali dell’orchestra del San Carlo che
ha conferito una riuscita originale. Anche gli
spunti filosofici e la sottile ironia hanno
concorso al successo. Ma soprattutto il finale,
ciclonico e inaspettato, ha sottolineato la
leggerezza e la modernità della rappresentazione.
La teoria dell’estetica, del bello assoluto, ha
trovato qui una nuova risoluzione, che apre
numerose strade interpretative. Una risoluzione
degna del nome del Teatro San Carlo. Davvero
bravi.
La pièce era preceduta dal concerto dell'orchestra
del San Carlo diretta da Giampaolo Bisanti.
La musica è l’unica fra le arti ad evocare
all’istante un insieme di emozioni grandiose.
Attraverso le armonie musicali emerge tutta la
potenza creativa, e l’unicità interpretativa degli
esecutori, guidati dal direttore. E’ questo che ha
trasmesso l’orchestra del San Carlo mirabilmente
guidata da Giampaolo Bisanti. Tutto è stato
perfetto, l’organicità dei componenti ha assicurato
un grande successo. Il merito degli esecutori è
proprio l’unicità della loro interpretazione, che
si arricchisce di sfumature nuove ed originali che
rendono “artigianale” l’opera. Notevole l’assolo
del violoncello (Luca Signorini) nel concerto in
Sib maggiore di Luigi Boccherini. Anche Haydn
(Sinfonia n. 101 “della pendola” in Re maggiore) e
Mozart (Il flauto magico) sono stati espressi nel
rispetto del loro
nome. |
| Danilo D'Angelo, finalista
"Lettera 22" under
20) |
| 07/02/2009 -
«Butterfly», essenzialità
che
conquista |
Quel «basta bonzerie!» che Pinkerton
, troppo ansioso di godersi l’intimità con la
giovane sposa, impone ai chiassosi parenti
che hanno invaso la casa sembra essere stato
preso alla lettera da Daniele Abbado in
questa sua rilettura di «Madama Butterfly»
regolata sul filo di un’assoluta
essenzialità, nelle scene e nei costumi,
rispettivamente di Graziano Gregori e di
Carla Teti, come nella condotta propriamente
registica.
La scena, spogliata da ogni minimo elemento
connesso a quel «colore locale» che Puccini ha
assimilato entro la nuova misura drammaturgica
instaurata con quest’opera, sfidando persino un
rischioso oleografismo, si pone solo come un
astratto contenitore, regolato essenzialmente dal
movimento delle luci e dallo scorrere di pannelli
che mutano le prospettive interne: scelta di sicura
efficacia, nel modo con cui i trapassi appaiono
coerenti con il trascolorare che avviene entro
l’inquieto tessuto orchestrale e ancor di più con
il movente drammatico; significativo il livido
ingrigirsi della luce che avvolge il momento più
lirico dell’opera qual è il duetto conclusivo del
primo atto, come pure è comprensibile l’omogeneità
dell’ambientazione tra i due atti, azzerando il
contrasto solitamente evidenziato tra il clima
festoso del primo e la desolazione che si coglie
nel secondo, dopo tre anni di trepida attesa,
perché in effetti, sembra suggerirci Abbado, il
dramma c'è già fin dall’inizio, in quel sinistro
rituale del matrimonio, gioco illusorio per la
fanciulla cinico per l’americano.
Lettura determinata, senza dubbio, in quanto tende
ad oltrepassare quella superficie più variegata che
Puccini costruisce con puntigliosa attenzione, per
giungere direttamente al nodo essenziale, al
dramma, con una estrema schematizzazione che porta
a ridurre meccanicamente gli interventi esterni, le
varie apparizioni, dei convitati, dello Zio Bonzo,
del Principe Yamadori, tutte come bloccate entro un
grande ascensore. La massima concentrazione invece
sui personaggi che assumono un risalto icastico in
quegli spazi rarefatti, sullo sfondo di quei
pannelli resi eloquenti proprio dalla loro nudità,
muri che parlano, fino a registrare lo strazio
finale attraverso le crepe che dilaniano il
fondale. Ma lettura efficace, coinvolgente anche
per la rispondenza col passo musicale regolato da
Giampaolo Bisanti con mano attenta nel filtrare gli
ingorghi emotivi, insidiosissimi - evitando così
certi patetismi di maniera e magari rinunciando a
qualche raffinatezza tra le tante offerte da questa
mirabile partitura - e nel distendere la trama del
tessuto lasciandone intendere la tensione
insinuante, germinante fin dal ruvido motto
iniziale; e ciò grazie anche alla ben riconoscibile
aderenza alle sue intenzioni da parte della
milanese Orchestra «Verdi», organismo di provata
esperienza.
Entro queste coordinate drammaturgiche si collocava
pienamente la protagonista, Svetla Vassileva,
autorevole nell’incarnare più che gli abbandoni
sognanti il rovello dello struggimento, l’intima
drammaticità quindi, percepibile nelle stesse
screziature un po' aspre del timbro. Equilibrato il
Pinkerton di Salvatore Cordella e pure ben
rispondenti la Suzuki di Akemi Sakamoto e lo
Sharpless di Roberto De Candia. Una nota di merito
anche al Coro «Claudio Merulo», istruito da Martino
Faggiani, per la delicatissima apparizione «a bocca
chiusa». Successo entusiastico. |
| Gian
Paolo Minardi |
| 09/12/2008 - Macbeth al Verdi: un
capolavoro scarsamente
applaudito |
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Pisa - Non
sempre un’opera lirica soddisfa e stupisce il
pubblico del teatro Verdi di Pisa: nel caso
del Macbeth
andato in
scena venerdì 5 e domenica 7 dicembre il
pubblico, pur così numeroso da segnare il tutto
esaurito al botteghino, ha preso un grosso
abbaglio e ha dimostrato una profonda ignoranza
nel sottovalutare uno spettacolo eccellente,
tra i migliori delle ultime stagioni liriche
presentate.
L’ottocentesca
opera verdiana in quattro atti, su libretto di
Francesco Maria Piave e Andrea Maffei tratta
dall’omonimo melodramma di Shakespeare, è stato
un capolavoro, ma il pubblico pisano non ha
capito e apprezzato o, forse, il suo indice di
gradimento non ha trovato degna espressione:
frequentemente gli attori sono stati interrotti
da scroscianti applausi ed entusiastiche
acclamazioni, ma sul finale, quando
meritatamente il cast doveva essere applaudito
e osannato, frettolosamente la gente lo ha
liquidato senza l’ovazione sperata,
preparandosi a lasciare il teatro gremito e a
raggiungere l’uscita.
La trama
dell’opera è nota: tre streghe presagiscono la
sventura che colpirà Machbeth se ascenderà al
trono di Scozia nel modo sanguinoso che gli
predicono e, come un tacito monito, suggellano
con la loro silenziosa presenza la
realizzazione delle loro profezie alla fine del
dramma: Lady Macbeth, istigatrice del
regicidio, morirà delirante e sonnambula uccisa
dai propri incubi, mentre Macbeth perirà sul
campo di battaglia per mano di Macduff,
rientrato in patria alla testa di un esercito
deciso a deporre il tiranno.
Nel
Macbeth le scene di Alessandro
Ciammarughi sono essenziali, tenebrose e
inquiete: su tutto incombe un cielo cupo, che
riflette la decadenza morale di Macbeth e della
sua Lady. La quinta è una rete metallica,
sempre presente in scena, che separa senza
dividere il mondo onirico e malvagio delle
streghe e di Macbeth da quello degli eroi
positivi, e sparirà alla morte dell’usurpatore,
quasi a restituirci la speranza di un presente
fatto di giustizia e onore. Felice la scelta
riccamente simbolica di erigere il trono di
Macbeth sulla tomba di Duncano, che diviene
anche il talamo su cui il nuovo re di Scozia è
turbato dai funesti incubi notturni.
Lo spettacolo è
curato in ogni particolare: i costumi,
caratterizzati da reale storicità, sono dello
stesso Ciammarughi; le luci sono disegnate da
Cesare Accetta e le coreografie sono di Anna
Redi. Il tutto fa da splendido scenario alla
impeccabile direzione del maestro Giampaolo
Maria Bisanti, che con vigore e precisione ha
diretto l’Orchestra Filarmonia Veneta “G. F.
Malipiero”. Il Coro del Teatro Sociale di
Trento, diretto da Luigi Azzolini, dopo un
incipit poco convincente, ha saputo dare il
meglio di sé nella parte delle streghe e nei
due cori finali “Patria oppressa” e “Ov’è
l’ursupator”, molto apprezzati dal
pubblico.
Nel ruolo di Banco
troviamo il basso Francesco Palmieri, in quello
di Macduff il tenore Stefano Ferrari. Il
soprano Maria Letizia Grosselli è la Dama, il
tenore Cristiano Olivieri è Malcom, il basso
Franco Federici interpreta i ruoli sia del
Medico che del Sicario. Spiccano nel ruolo di
Lady Macbeth Dimitra Theodossiou, il soprano
greco annoverato fra le voci più
rappresentative del repertorio verdiano, e in
quello del protagonista Vittorio Vitelli, il
giovane baritono ascolano dalla brillante
carriera che si preannuncia ancora agli
esordi.
Il cast è stato
nell’insieme accurato e convincente ed è per
questo motivo che dispiace ancora di più lo
scarso tributo reso
al Macbeth
dal pubblico
pisano, che offende, forse involontariamente,
gli artisti andati in scena con un così indegno
omaggio e la direzione artistica del Teatro
Verdi, che si è tanto impegnata in un momento
economicamente difficile a supportare la
co-produzione di un’opera lirica che
rappresenta un faro nella tradizione culturale
italiana.
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| Laura
Cipressa |
| Il
Messaggero Veneto - 03/12/2008 - De
Maria e
Bisanti, i colori del
talento |
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Udine - Secondo
appuntamento con l'Orchestra Sinfonica
del Friuli Venezia Giulia, all'interno
della stagione di musica e danza del
Teatro Nuovo firmata da Daniele Spini. La
formula è piuttosto collaudata e non
riserva particolari sorprese:
un'ouverture, una sinfonia e un concerto
tra classicismo e primo romanticismo; i
solisti e i direttori d'orchestra, al
contrario, selezionati tra giovani
artisti di spicco del mondo musicale
internazionale, con particolare
predilezione per il nostro Paese. In tal
senso il panorama dei protagonisti si fa
garanzia di successo incondizionato dei
quattro appuntamenti previsti per la
nostra orchestra all'interno del
cartellone, in compagnia, questa volta,
di una stella del pianismo italiano
contemporaneo, il veneziano Pietro De
Maria, primo premio al Dino Ciani del
1990 e al Géza Anda nel 1994, recente
artefice di un trionfo discografico
ottenuto grazie alla sua integrale
chopiniana.
L'esordio del concerto, dedicato all'ouverture
Le creature di Prometeo opera 43 di Beethoven,
lascia intravedere nella bacchetta
dell'altrettanto giovane e affermato direttore
milanese Giampaolo Bisanti un fresco, ma
misurato tecnicismo e il gusto per una
concertazione affidata alla salda compattezza
degli archi e ad uno smalto brillante ed
estroverso dei legni; e se la seconda
caratteristica è destinata a farsi la firma
dell'intero concerto, l'elasticità e le
sottigliezze interpretative di Giampaolo
Bisanti e dell'orchestra si fanno via via più
inattese e intense nell'esecuzione del Concerto
numero 1 in mi minore opera 11 per pianoforte e
orchestra di Chopin.
Difficile immaginare un concerto più affine del
capolavoro chopiniano alla tecnica e allo scavo
interpretativo che caratterizzano l'arte
pianistica di Pietro De Maria, portamento
compassato e di diafana solennità, meccanica
tastieristica non spettacolare ma capillarmente
adattata alle peculiarità della scrittura
pianistica, nella quale l'intensità austera
degli spunti melodici e le finissime
me increspature dell'ornamentazione ricevono
una luce ineguagliabile. L'economia complessiva
del pianismo di De Maria è costantemente volta
all'assoluto controllo di un suono purissimo e
uniforme, che predilige tinte di impalpabile
delicatezza e dinamiche al limite della
trasfigurazione, uno Chopin di neoclassica,
intatta bellezza confermato nell'unico,
purtroppo, bis concesso, il Notturno in mi
maggiore opera 62 numero 2, estrema confessione
di concentrazione lirica e inesausto scavo
armonico e contrappuntistico. I tanti momenti
di grande poesia, di trattenuti respiri vissuti
durante la prima parte nel magico dialogo tra
pianista, direttore e orchestra, sembrano
trovare uno sfogo rinfrancante nella
personalità sanguigna e ricettiva di un
Beethoven tutto abbandonato a sensazioni,
visioni, emozioni che rivivono nel programma
interiore della Sinfonia numero 6 in fa
maggiore opera 68-Pastorale. Il direttore e
l'orchestra vi stabiliscono un dialogo di
ottimistica complicità, gli stacchi ritmici e
la lucentezza timbrica si fanno coinvolgenti,
con particolare rilievo per gli spunti
solistici dell'oboista Enrico Cossio e del
fagottista Dario Braidotti.
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| David Giovanni
Leonardi |
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| L'Orchestra regionale al Nuovo di Udine
con Bisanti e De Maria: Beethoven e Chopin alla
grande! |
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Nuovo appuntamento per
l'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia
Giulia al "Giovanni da Udine". A
dirigerla era questa volta il milanese
Giampaolo Maria Bisanti. Nel concerto di
alcuni giorni fa era stata eseguita la
Quarta Sinfonia di Beethoven. Questa
volta la proposta riguardava
l'altrettanto celebre Sesta, op. 68
"Pastorale". Niente di male, anzi
tutt'altro, che l'Orchestra rivisiti
pagine importanti del repertorio
classico. La serata si è aperta con
un'altra pagina beethoveniana,
l'Ouverture op. 43 "Le creature di
Prometeo", seguita dal Concerto per
pianoforte e orchestra n. 1 op. 11 di
Chopin. Quest'ultima è una composizione
di dimensioni e respiro maestosi, chiaro
omaggio ai canoni del genere, dove
tuttavia il grande Polacco non rinuncia
alla propria peculiare poetica, fatta di
affondi armonici e linee melodiche dagli
scarti improvvisi. Solista era Pietro De
Maria, vincitore di importanti concorsi
internazionali e attualmente impegnato
nell'esecuzione integrale di Chopin, che
ha anche inciso per la Decca.
Bisanti si è rivelato direttore molto attento e
di buona levatura. L'orchestra è partita bene
con l'Ouverture e ha proseguito altrettanto
bene con Chopin, dialogando con il solista in
modo efficace e misurato. De Maria ha colpito
per il dominio della tastiera, il suono limpido
ma intenso e il fraseggio nitido e ottimamente
chiaroscurato. Riuscito anche il bis con un
Notturno chopiniano. Decisamente positiva ci è
sembrata infine la prestazione orchestrale
nella Sesta: stacco misurato dei tempi,
sbavature quasi del tutto assenti, buona
rifinitura dei dettagli e un apprezzabile
equilibrio timbrico. Il pubblico ha mostrato di
gradire con applausi
prolungati.
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| Luigi
Pellizzoni |
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| Firenze, “La Bohème” di Giacomo
Puccini, 22/10/2008 |
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GIOIE
DEL REPERTORIO
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Bohème è la terza proposta di “Recondita
Armonia”, rassegna promossa dal Maggio Musicale
che, oltre al successo di pubblico, si è
distinta per la capacità del teatro di mettere
in scena in tempi brevi tre nuovi allestimenti
prodotti internamente dalla stessa équipe. Le
due settimane di tutto esaurito confermano che
anche in Italia c’è richiesta per produzioni di
“repertorio” facilmente accessibili e che
l’opera è ancora una forma artistica popolare
attraente per un pubblico generalista e giovane
da coltivare e avvicinare all’opera con i
“classici”. Ci auguriamo che il forte riscontro
ottenuto sia un punto di partenza per aumentare
e diversificare l’offerta come fanno già da
tempo i teatri dell’opera di Londra e Parigi, i
quali, in virtù dell’alternanza di repertorio e
produzioni di punta, si possono permettere una
programmazione di qualità a lungo termine.
Tradizionale la regia di Mario Pontiggia che
coglie l’aspetto brioso e garbato della vita di
Bohème con uno spettacolo di buon livello come
l’elegante e curata scenografia di Francesco
Zito, espressione di un mestiere dalla forte
importa artigianale all’insegna del buon gusto.
La soffitta è un grande ambiente con travature
a vista che ricordano un loft ricavato in
un’architettura post-industriale con una parete
vetrata sullo sfondo formata da tessere di
vetri opalescenti che diffondono la luce in
modo naturale. La soffitta ritorna nel quarto
atto talmente fiorita da sembrare una serra in
ferro e vetro con la porta finestra aperta con
vista sui tetti di Parigi, forse troppo ridente
e primaverile per essere “una tana squallida”,
ma il colpo d’occhio è piacevole e il senso di
grande apertura appaga. Il Cafè Momus è un
gazebo dai vetri liberty colorati con camerieri
che svolazzano mentre venditori ambulanti ,
maschere e bambini affollano il variopinto e
riconoscibile quartiere latino. Il quadro è
generico e potrebbe essere stato preso in
prestito da una qualsiasi altra Bohème, ma è
funzionale e ricrea l’atmosfera festosa.
L’ambientazione più riuscita è la Barrière
d’Enfer , avvolta in una fitta nebbia che rende
le luci fioche e avvolge in un’atmosfera
ovattata e poetica lo squallore di una Parigi
di periferia vista sotto il ponte della
ferrovia. Il cast di giovani cantanti
contribuisce a dare all’opera una connotazione
fresca e giovanile con risultati apprezzabili
anche sul piano vocale. Maria Luigia Borsi è
una Mimì delicata e dalla buona intonazione,
corretta ma un po’ anonima; la voce ha
difficoltà a passare l’orchestra e non ha
quella luminosità e naturale espansione
melodica necessarie per rendere tutta la
spontanea comunicativa di Mimì. Gianluca
Terranova tratteggia con delicatezza e ironia
il ruolo di Rodolfo, di cui restituisce la
giovanile illusione da poeta; la voce non ha
grande estensione ma è omogenea, capace di
sfumature, e acquisisce maggiore sicurezza e
spessore nel corso dell’opera. Molto naturale
Fabio Maria Capitanucci, un Marcello sicuro dal
bel timbro, particolarmente apprezzato dal
pubblico anche per la verve scenica. Donata
D’Annunzio Lombardi è una Musetta disinvolta e
graziosa. Solenne come vuole la tradizione la
“vecchia zimarra” di Colline
nell’interpretazione di Felipe Bou. Enrico
Marrucai dona voce scura a Schaunard. Per
concludere Benoit è Dario Giorgelé, Federico
Benetti è Alcindoro. Giampaolo Bisanti offre
una direzione dai tempi lenti e sospesi
imprimendo giusti crescendo e rallentando per
assecondare l’azione e rafforzare l’impatto
emotivo, dando inoltre buon rilievo ad alcuni
dettagli della strumentazione come gli elementi
realistici e i rumori estranei presenti nella
partitura.
Oltre all’ottimo
coro preparato Piero Monti, una menzione va
alle voci bianche della Scuola di Musica di
Fiesole dirette da Joan Yakkey. Al di là della
qualità oggettiva, uno degli aspetti più belli
della serata è stato vedere una platea piena di
giovani e sentire i loro commenti
spontanei.
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| Ilaria
Bellini |
L'Opera - Cartellone Internazionale - Apri
PDF
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| Jesi,
teatro Pergolesi, “Tosca” di Giacomo Puccini,
26/10/2008 |
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IL
GIUSTO RUOLO DELLA
PROVINCIA
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La stagione lirica di tradizione di Jesi
prosegue, dopo il buon inizio con il Flauto
Magico (qui recensito), con Tosca, omaggio a
Puccini per i 150 anni dalla nascita.
L'allestimento è quello andato in scena in
luglio a Macerata per lo Sferisterio Opera
Festival, alla cui recensione si rimanda per i
dettagli di regia, scenografia e costumi, tutti
di Massimo Gasparon. Quel che va qui
sottolineato è come la scena sia stata bene
adattata nel ridotto spazio del teatro
Pergolesi: i tre elementi, che ricreano la
chiesa di Sant'Andrea della Valle, lo studio di
Scarpia e la terrazza di Castel Sant'Angelo,
sono molto frontali e lasciano poco
palcoscenico ai cantanti. Tuttavia la regia,
pressochè completamente ridisegnata (non tanto
nella gestualità quanto nei movimenti per
adattarli al nuovo spazio, minimo rispetto a
quello enorme dell'arena maceratese) ha saputo
rendere al meglio l'andamento della storia. Ad
esempio, nel “Te Deum” utilizza la platea per i
coristi e alcune delle comparse. Le luci
bianche ed algide sono state disegnate da
Massimo Gasparon con la collaborazione di
Fabrizio Gobbi. Suggestivo l'odore di incenso
durante il Te deum, fastidiosa la puzza dei
sigari fumati dai soldati all'inizio del
terz'atto.
Giampaolo Bisanti
offre una direzione dai tempi lenti e sospesi,
imprimendo giusti crescendo e rallentando per
assecondare l'azione e rafforzare l'impatto
emotivo, dando rilievo ad alcuni dettagli nella
strumentazione. L'orchestra filarmonica
marchigiana lo segue, producendo una tinta
elegiaca e meno realista, sia per la larghezza
dei tempi che per la morbidezza dei
suoni.
Il cast di giovani
cantanti dà all'opera una connotazione fresca
con risultati apprezzabili anche sul piano
vocale. Secondo noi è proprio questo il giusto
(ed encomiabile) ruolo dei teatri di provincia,
come accade da tempo e con risultati
lusinghieri in Germania: dare spazio ai giovani
talenti, in modo che essi possano emergere e
crescere con una giusta gavetta.
Antonia Cifrone è
una Tosca convincente, corretta e con buona
intonazione, anche se rimane un poco anonima:
la voce non ha quella luminosità e la
melodiosità per rendere appieno il personaggio.
Molto dotato Alejandro Roy: il suo Mario si
segnala per la voce di bel colore, estesa ed
omogenea, capace di sfumature, molto potente,
tanto che deve controllarne il volume; il suo
“E lucevan le stelle” conquista il pubblico che
lo costringe al bis. Claudio Sgura è Scarpia,
fisicamente imponente, vocalmente meno: il suo
personaggio, imparruccato ed incipriato,
emblema del passato, di un potere che sa di
sopruso, veste di bianco anziché del
tradizionale nero.
Alessandro Spina è
un Angelotti poco sofferente, Mirko Quarello un
sagrestano burlone, Massimo Cagnin un beffardo
Spoletta; con loro Siro Antonelli (Sciarrone),
William Corrò (un carceriere) e Valeria Cazacu
(un pastore).
Coro lirico
marchigiano diretto da David Crescenzi,
associazione corale dei pueri cantores
Zamberletti di Macerata preparata da Gian Luca
Paolucci.
Teatro tutto
esaurito, molti i giovani, tantissimi
applausi.
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| Francesco Rapaccioni |
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| Rovigo,
Teatro Sociale, “Macbeth” di Giuseppe Verdi,
04/04/2008 |
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LE
INQUIETUDINI DI
MACBETH
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É sempre cosa bella vedere come i piccoli
teatri, spesso con scarsità di mezzi (ma
consorziati), riescano a mettere in scena
grandi titoli con ottimi risultati: è il caso
di questo Macbeth la cui regia è opera di
Andrea De Rosa. Il regista individua il dramma
nell’ineluttabile avverarsi dei desideri più
nascosti ed inconfessabili dei due
protagonisti: Macbeth e la Lady. Le streghe,
infatti, gli rivelano di quali malvagità possa
macchiarsi la loro ambizione ed entrambi
percorrono inesorabilmente il loro tragico
destino di morte quasi in una dimensione
onirica, spinti da un fato da loro cercato e
rappresentato da tre fanciulle in abiti
bianchi.
Le scene di
Alessandro Ciammarughi sono essenziali,
tenebrose e inquiete, come inquieto è il
protagonista; regna sempre un cielo cupo, nero,
anticipo di temporale, specchio della decadenza
morale di Macbeth e della moglie e si
rischiarerà solo alla fine con la morte
dell’usurpatore. Anche la quinta di rete
metallica, sempre presente in scena, che, come
un diaframma, tende a dividere due mondi,
quello onirico e malvagio delle streghe e di
Macbeth con quello degli eroi positivi, sparirà
alla morte del protagonista. Il trono di
Macbeth si erge sulla tomba di Duncano che
diviene anche il talamo su cui il nuovo re di
Scozia è turbato dai funesti incubi notturni.
Ciammarughi ha curato anche i costumi,
caratterizzati da reale storicità.
Il cast è stato
nell’insieme accurato e convincente. Molto
bravo il Macbeth del baritono Alberto Gazale:
lo scavo espressivo e la varietà di chiaroscuri
e di accenti hanno centrato la complessità del
personaggio; notevole anche il timbro morbido,
rotondo e la sua tenuta vocale, certamente uno
dei migliori giovani baritoni verdiani. Diverso
il caso del soprano ucraino Olha Zhuravel. La
sua Lady è di gradevole presenza scenica, ma è
priva di mordente; non ha la forza del soprano
drammatico che ci si aspetterebbe per il
personaggio; certe sue asprezze diventavano
immediatamente funzionali ad un canto che Verdi
stesso avrebbe voluto cupo e soffocato.
Deludente la scena del sonnambulismo.
Decisamente bravo il Banco del basso Francesco
Palmieri che, oltre ad un’ottima presenza
scenica, ha evidenziato una bella voce; così
pure il Macduff del giovane tenore Stefano
Ferrari, tecnicamente ancora un po’ immaturo ma
di notevole rilievo vocale. Con loro Maria
Letizia Grosselli, nella Dama di Lady, e
Cristiano Olivieri in Malcom.
Una rivelazione si
è dimostrato il giovane maestro Giampaolo Maria
Bisanti, che ha già alle spalle una carriera di
tutto rispetto. Bisanti ha diretto con
maestria, energia, compattezza e incisività
l’Orchestra Filarmonia Veneta Malipiero,
dimostrando una maturità ed una continuità
drammatica da grande direttore.
Nel Macbeth assume
un ruolo di protagonista il Coro: il direttore
Luigi Azzolini ha saputo portare la resa
artistica del Coro del Teatro Sociale di Trento
ai massimi livelli, dando il meglio di sé nella
parte delle streghe e nei due cori finali:
“Patria oppressa” e “Ov’è l’ursupator”, molto
apprezzati dal pubblico.
Di scarso effetto
e piuttosto banali le coreografie di Anna Redi
per le danze eseguite dal corpo di ballo del
Teatro Sociale di Trento.
Il pubblico,
all’inizio piuttosto freddo, si è poi lasciato
coinvolgere dalla musica, concludendo la
rappresentazione tra ovazione ai cantanti e
agli orchestrali.
|
|
| Mirko
Bertolini |
Opera
Click 23.11.2007 Don Giovanni di
Mozart
|
“Conferme positive e piacevoli sorprese
sono venute anche sul versante della
musica.
|
| Giampaolo Bisanti concerta con
mano sicura, attenta alle dinamiche dello spartito,
con scelte agoniche pertinenti e con ottimo gusto
interpretativo; ammirevole l’attenzione al
palcoscenico, che il giovane direttore non perde
mai di vista”. |
|
| Alessandro
Cammarano |
| Il
Giornale, 2 dicembre 2007 |
| Don
Giovanni: grandi voci ma spettacolo
sbagliato. |
|
...Tutti
loro hanno avuto la fortuna d'ascoltare
un'orchestra linda ed equilibrata, molto
attentamente diretta dal giovane Giampaolo
Bisanti, che ha in mano ormai anche il
palcoscenico, e non è mai incerto, né inerte,
né banale, e gode molto
Mozart.
|
| Lorenzo
Arruga |
| Salerno, 24 novembre
2007 |
| Teatro Verdi di Salerno in delirio per
il tenore Neil
Schicoff |
|
Con un volo di fortuna che decollava dal
veronese ove era impegnato nel Don Giovanni di
Mozart, il giovane direttore Gianpaolo Bisanti
è giunto fugacemente in sostituzione al maestro
Daniel Oren, assente per motivi familiari, per
dirigere l’orchestra del teatro Verdi.
...
L’orchestra, diretta dal sopradetto maestro
Bisanti, ha dimostrato una forma smagliante
sotto le vesti di una qualità esecutiva sempre
più in ascesa che si è saputa magistralmente
amalgamare con la precisione di questo giovane
direttore destinato a far parlare di
se.
|
| Antonio
Guida |
| Da Il
Giornale del 12 Ottobre
2007 |
|
Teatro Verdi. Trionfo al Massimo
Cittadino del giovane baritono
fiorentino e della virtuosa
AnnaSkibinski.
Incisiva la direzione del Maestro
Giampaolo Bisanti a testa
dell'Orchestra Filarmonica Salernitana.
Romantico l'allestimento di
Giacchieri.
|
|
"L'Ottobre musicale del
Teatro Verdi e' stato inaugurato
nel migliore dei
modi......"
Giampaolo
Bisanti ha letto con grande correttezza
la partitura verdiana sottolineando
certi
dettagli,come l'introduzione della
cabaletta del tenore, utilizzando
spesso l'arte sottile del rubato, in questo
sorretto da un'Orchestra Filarmonica
Salernitana in crescita, morbidissima negli
archi, duttile nei fiati, con
flauto, oboe ed ottavino in grande spolvero nell'ultimo
atto.
Il Rigoletto di Bisanti ha una
tinta notturna, incisiva nell'accento, con
una particolare ricerca ad una vibrazione
interna, cantabile e nervosa
assieme.....applausi scroscianti per
tutti....".
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| Olga
Chieffi |
| Corriere del Teatro - Servizio
esclusivo |
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| Rigoletto conquista
Salerno |
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| Ancora
sul Rigoletto al Teatro Verdi di
Salerno |
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| Chailly
trasforma in musica l’ironia grottesca di
Buzzati |
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L’Aumento
di Dino Buzzati, musica di Luciano Chailly:
prima esecuzione assoluta. Ottima idea per
ricordare, nel centenario, quanto lo scrittore
fosse "musicale" e che sodalizio importante si
instaurò dal 1954 col compositore
ferrarese che fornì note a cinque suoi
soggetti, tra cui tre opere
(Procedura
penale, II mantello. Era
proibito) di notevole
qualità. L'aumento,
esito
postumo di tale profonda vicinanza personale e
artistica, Chailly lo compose dieci anni fa,
come ultimo titolo di una lunga carriera
dedica-ta al teatro musicale. Si tratta di una
partitura da camera (orchestra piccola, poche
voci, mezz'ora di durata) che alterna momenti
scattanti a episodi di raffinata densità
contrappuntistica e sapienza coloristica: ben
indirizzati a un soggetto grottesco e ironico
al quale il musicista destina una calibrata
alternanza di modi cantati, declamati e
recitati.
L'efficace
direzione di Giampaolo Bisanti, sul podio d'un
gruppo scelto dell'Orchestra
Verdi, ha rilevato la
causticità e la facile eleganza narrativa della
musica inedita; benassecondato dai cantanti (in
particolare Max René Cosetti e Armando
Ariostini, i due
contendenti)
e dalla spiritosa lettura semiscenica di
Filippo Crivelli. L'esecuzione era preceduta
dal delizioso film-documentario
II tuo Dino
Buzzati di Floriana Chailly e
Daniela Trastulli, realizzato sugli scambi
epistolari e i materiali di lavoro dei due
autori.
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Da:
La Repubblica - Angelo
Foletto
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| All'Auditorium di Milano,
L'aumento di
Chailly - da
L'Opera - Novembre
2006 |
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In
coincidenza con il centenario della nascita di
Dino Buzzati (1906-1972) in un'unica serata
fuori abbonamento all'Auditorium di Milano s'è
presentata in prima assoluta l'opera da
camera L'aumento
quattordicesimo titolo
operistico di Luciano Chailly, frutto nel 1995
di una collaborazione postuma e virtuale tra i
due emblematici personaggi.
Moto scrittore e
giornalista il primo, è stato anche
originalissimo autore teatrale librettista,
scenografo e costumista. Il connubio con
Chailly iniziò col racconto in sei episodi
Ferrovia sopraelevata nel 1955 e culminò con
tre atti unici: Procedura penale (1959),
Il mantello
(1960)
ed Era
proibito (1963), riunite
in un ideale trittico prima a Villa Olmo di
Como e quindi dal Teatro Massimo di Palermo, la
cui programmazione è sempre stata attenta ai
fermenti creativi e culturali del secolo
scorso, in questo caso della Milano del
dopoguerra.
In quella linea
surreale si unisce ora questa pièce fulminante,
uno sketch di assoluta attualità, che anticipa
- fu redatta nel 1961 e rappre sentata in
prosa solo nel 1972 - nella sua cinica e
caustica comicità i celebri personaggi di Paolo
Villaggio: Fantozzi e Fracchia. Il libretto è
un adattamento di Chailly del testo di Buzzati
con l'aggiunta di un antefatto in casa del
protagonista, il ragioniere Gustavo Campanella
(tenore), aizzato dalla moglie (soprano) che ha
adocchiato la busta paga, con uno stipendio più
alto di un suo subalterno, a chiedere un
aumento al padrone Stragioni, che a tutta prima
inaspettatamente gli offre un aumento
spropositato, salvo poi ottenerne
spontaneamente una sostanziale riduzione del
salario, mettendo subdolamente in guardia il
dipendente contro l'eventuale cambio di
gestione della società e quindi con la
possibilità che proprio gli impiegati che
percepiscono le paghe più alte siano i primi ad
essere licenziati necessario nel
ridimensionamento dell'azienda. Il match
spietato viene descritto con brevi frasi
declamate che si intersecano con il canto per
rendere il testo più comprensibile
all'ascoltatore e che nella sapida sferzante
musica, in cui sono evidenti tratti
paraimpressionisti e gershwiniani, trova il
connubio calzante in una sintassi neoclassica e
liberamente atonale.
Con la regia di
Filippo Crivelli, che conosce a fondo l'opera
dell'Autore avendone curato le più importanti
messe in scena e che dal nulla e con nulla è
riuscito a creare l'atmosfera giusta ed a
conferire ritmo drammatico all'azione, va
lodata la direzione del giovane Giampaolo
Bisanti che, a capo della preziosa riduzione
cameristica dell'Orchestra Sinfonica Verdi, ha
trovato le sonorità ed i colori adeguati per
mettere in risalto l'indubbia, riconoscibile
personalità di Chailly. Al gioco scenico, nel
labirinto delle note quasi in libertà, con pari
abilità canora ed impagabile verve teatrale,
hanno primeggiato i due protagonisti, il tenore
Max René Co-sotti che ha reso a tutto tondo del
misero impiegatuccio l'isteria, il disappunto,
la assoluta rassegnazione alle ipotesi
formulate dal mellifluo, mefistofelico
Stragioni, a cui il baritono Armando Ariostini
ha conferito un'irresistibile aura
berlusconiana con aplomb e satanica
malizia.
Perfetta, nel molo
della moglie falsamente dolce ed ambiziosa, il
soprano Loredana Arcuri e da menzionare nel
breve inciso il portiere impersonato dal basso
Gianluca Aliano.
Il successo,
attribuito da un pubblico non accorso in massa,
ma visibilmente divertito e partecipe, è stato
caloroso e convinto. Così come con generosi
applausi, rivolti alla memoria ma anche
all'organizzazione ed agli autori dell'omaggio
commemorativo, è stato salutata la succinta,
pertinente introduzione di Lorenzo Viganò e
l'interessante filmato, di circa
mezz'ora,... il tuo Dino
Buzzati montato frugando tra i
materiali di lavoro di Buzzati e Chailly, da
Floriana Chailly e Daniela
Trastulli.
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Andrea
Merli
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| L'Opera
- Ottobre 2006 |
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Nel
panorama operistico di fine Ottocento, La
Bohème si impone come un melodramma di moderna
concezione. La forza innovativa emerge dal
linguaggio discorsivo dei protagonisti, dalla
rigorosa intelaiatura formale, dalle preziosità
dell'armonia e dei timbri.
Oggi, il
capolavoro di Puccini è al contrario una
partitura quasi logorata dal consumo. L'ascolto
inflazionato e le incrostazioni della
tradizione esecutiva, impregnata di caccole
veriste e sentimentalismo dolciastro, sembrano
averne corroso la freschezza.
Viene da
chiedersi: esiste un modo per ritrovare quella
sensazione di modernità, per far rivivere la
nuova sensibilità melodrammatica incastonata
dal compositore in un sofisticato meccanismo
teatrale? Per un teatro le strade da seguire
sono almeno tre. La prima è quasi ovvia, per
un'opera considerata un inno alla giovinezza:
arruolare voci fresche, non ancora usurate
dalla routine. Ma non è detto che il buon esito
sia scontato. La seconda: affidare il restyling
della partitura a un direttore che sappia il
fatto suo. Ed è forse quella più importante,
posto che la grandezza di Puccini è prima di
tutto in orchestra. La terza prevede invece che
la partita del riscatto di
Bohème
dall'usura
si giochi sul piano visivo. Anche perché
l'originalità di una rappresentazione, di
questi tempi, si manifesta soprattutto
nella regia: l'unico aspetto di uno
spettacolo dal quale siamo ancora
disposti a lasciarci stupire.
Per non sbagliare,
l'edizione andata in scena al Teatro Verdi per
la Stagione Lirica di Padova, e realizzata in
co-produzione con il Bassano Opera Festival,
queste strade le ha seguite tutte e
tre.
Partiamo
dall'allestimento di Ivan Stefanutti, che ha
voluto ambientare la vicenda nella Parigi fra
le due guerre mondiali. Non so se si possa
definire quest'idea originale o innovativa, ma
è certo che lo spettacolo - di impianto
realistico e tradizionale - è risultato
suggestivo e gradevole. L'intento dichiarato
era quello di evocare, attraverso un abile
utilizzo degli effetti luce, le atmosfere dei
film in bianco e nero di Marcel Carnè e Jean
Vigo, di far muovere i bohémiens pucciniani nei
bassifondi di una città avvolta dalla nebbia e
dal mistero.
L'impressione
ricevuta, tuttavia, è che Stefanutti si sia
ispirato soprattutto alle immagini fotografiche
di Brassai e al mondo dei clochard, delle
coppiette e delle prostitute (tanto da citare
la pingue battona Bijou, ingioiellata e
truccatissima) ritratto in
Paris de
nuit. La stessa città
pittoresca, e se vogliamo un po' stereotipata,
dei pittori della domenica, dei monelli
irridenti e dei vecchietti col basco e la
baguette sotto il braccio, che ritroviamo negli
scatti di un altro grande fotografo come Robert
Doisneau. Una Parigi non dissimile da quella di
Jacques Prévert e delle canzoni di Edith Piaf,
dove, nonostante la malinconia, le inquietudini
e i drammi esistenziali, la vita è comunque «en
rose».
Altro tassello
positivo di questa
Bohème:
la
direzione. Giampaolo Bisanti ha messo a
fuoco la struttura a mosaico dell'opera,
eliminando sdolcinatezze e sovrastrutture
melense, senza per questo sacrificare la
dimensione cantabile. Se i momenti
brillanti e ironici sono stati affrontati
con spigliatezza di tempi ed esuberanza
di fraseggio, sul versante patetico e
drammatico non c'era solo una
estroversione appassionata. Nel terzo e
soprattutto nel quarto quadro, Bisanti ha
ottenuto dall'Orchestra Filarmonica
Veneta «G. F. Malipiero» sonorità
vaporose, estenuate, quasi
impressionistiche, capaci di definire una
umbratile sensibilità decadente e di
collocare la partitura in un adeguato
contesto protonovecentesco.
In questa doppia
cornice, visiva e strumentale, la giovane
compagnia di canto si è inserita con bella
partecipazione scenica e qualche discontinuità
nella resa vocale. Susanna Bianchini ha messo
in luce un temperamento e una vocalità che non
collimavano con la spontaneità e l'ingenua
delicatezza di Mimì. Ha alternato colori scuri
e qualche pienezza verista a emissioni in
pianissimo, senza però trovare tinte
intermedie. Il suo timbro, inoltre, legava
poco con quello chiaro e leggero di Alessandro
Liberatore, un Rodolfo vocalmente decoroso, ma
portato a delineare genericamente il senso
delle frasi.
Paola Di Gregorio
è stata una Musetta poco spumeggiante, non
sempre fluida e levigata. Buono il Marcello di
Franco Javier, un po' acerbo Donato Di Gioia
come Schaunard, misurato e colloquiale Paolo
Battaglia nel ruolo di Colline.
Funzionale il
gruppo dei comprimari, composto da Franco
Boscolo (Benoit), Christian Starinieri
(Alcindoro e Sergente dei doganieri) e Tino
Cecchele (Parpignol). Il pubblico ha riservato
a tutti accoglienze molto
calorose.
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| Gazzettino di Venezia - 4
Ottobre 2006 |
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Dopo il
successo dell'iniziativa "Sei Concerti per la
Città", la Fenice - in collaborazione con il
Comune - ripropone ai residenti un articolato
calendario di 13 appuntamenti (12 concerti e
una prova aperta de "La traviata") nel corso
dell'attuale stagione: in media un appuntamento
al mese tra ottobre 2006 e maggio 2007.I dodici
concerti articolano programmi del principale
ciclo sinfonico "Incontri" ad altri proposti in
esclusiva per questa iniziativa. Eliahu Inbal,
Ottavio Dantone, Bernhard Klee, Gerd
Albrecht, Giampaolo
Bisanti
, Ola
Rudner, Carlo Tenan, Paolo Olmi e Antonio
Manacorda, eseguiranno programmi musicali
imperniati sulle sinfonie di Beethoven, Mahler,
Brahms, Shubert, accompagnate da altre pagine
del repertorio settecentesco, classico e
contemporaneo, oltre a un oratorio di Salieri
(La passione di Gesù Cristo) e lo Stabat Mater
di Rossini. I residenti nel Comune di Venezia,
a partire dal 4 ottobre, avranno la possibilità
di acquistare i biglietti (posto unico
numerato) al prezzo ridotto di 10 per i
concerti sinfonici. Se poi decideranno di
organizzarsi in gruppi (di almeno 10 persone) o
di venire a teatro in famiglia (minimo tre
persone), il costo del biglietto si ridurrà a 5
prezzo riservato anche agli studenti fino ai 26
anni ed agli anziani oltre i 60 anni. Per
meglio accedere ai concerti sarà data dalla
possibilità di ritirare nelle sei Municipalità
un tagliando di prelazione per un posto
privilegiato di platea o di palco centrale
(fino ad esaurimento dei posti riservati), da
utilizzare in biglietteria al momento
dell'acquisto del biglietto. Le biglietterie
abilitate alla vendita dei biglietti a
riduzione sono tre: quella del Teatro La Fenice
(a San Fantin, aperta tutti i giorni dalle 9.30
alle 18.30), quella di Hello Venezia (a
Piazzale Roma) aperta tutti i giorni dalle 8.30
alle 18.30 e quella del Centro Vesta di Mestyre
(in via Cappuccina) aperta dal lunedì al
venerdì dalle 10 alle 16 e il sabato dalle 8.30
alle 13. Sarà sufficiente presentarsi muniti di
una carta d'identità che testimoni la residenza
(per la riduzione famiglie servirà anche
un'autocertificazione di appartenenza al
medesimo nucleo familiare; per la riduzione
gruppi sarà invece necessario prenotarsi
preventivamente via fax allo 041 786580 o via
e-mail a promo.boxoffice@teatrolafenice.org).
Per la prova aperta de La traviata, invece, il
singolo biglietto costerà 15, la riduzione
famiglia 30 ed 10 anziani, studenti e gruppi.
Queste le date: Eliahu Inbal, domenica 15
ottobre alle ore 17; Ottavio Dantone, domenica
12 novembre alle ore 17; Bernhard Klee, sabato
2 e domenica 3 dicembre alle ore 17; Gerd
Albrecht, sabato 9 dicembre 2006 ore 17,00;
Giampaolo Bisanti
, sabato 16
dicembre alle ore 20; Ola Rudner, domenica 28
gennaio 2007 alle ore 17; Carlo Tenan, sabato
24 e domenica 25 febbraio alle ore 17; Paolo
Olmi, Teatro Malibran, giovedì 29 marzo alle
ore 20; Antonio Manacorda, mercoledì 23 e
giovedì 24 maggio 2007 alle ore 20. La prova
aperta de "La traviata" si terrà invece giovedì
19 aprile alle ore 15.30.
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| Corriere del teatro - Ottobre
2006 - La Bohème - Pala Bassano - 25 agosto
2006 - Recensione di G.
Mion |
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A fine
agosto, quale conclusione di un'estate
particolarmente fertile di appuntamenti d'ogni
tipo (musica sinfonica, cameristica e jazz,
danza, teatro e cinema) distribuiti per mezzo
Veneto, ma con epicentro naturale in Bassano,
quella formidabile macchina da guerra che
risponde al nome di Opera Estate Festival ha
messo in cantiere una edizione de
La
bohème che nulla aveva da
invidiare a più blasonate produzioni, e che per
fortuna è destinata ad gettare l'ancora anche
in varie sale della regione (successivi
appuntamenti a Jesolo e Padova, poi si arriverà
nell'anno nuovo a Rovigo e Trento).
Protagonisti principali del capolavoro
pucciniano un'orchestra sempre più autorevole -
la Filarmonia Veneta, coproduttrice del
progetto - ed un giovane direttore che sta
proiettando la sua carriera verso mete sempre
più importanti, cioè Giampaolo Bisanti: insieme
hanno realizzato per il capolavoro pucciniano
un tappeto sonoro lussureggiante, mediante un
lavoro finissimo di concertazione che ha
dispensato esiti di rara bellezza. Stacchi
energici e precisi, raffinatezze strumentali a
piene mani, un suono sempre vibrante e pieno,
in una visione complessiva efficacissima che
richiamava subito alla memoria - nota positiva
per una bacchetta ancor fresca - la sicurezza
di certi grandi maestri dal gesto
inconfondibile quali Erede, Serafm, Gavazzeni.
Né può passare in secondo piano l'apporto
basilare di Ivan Stefanutti, creatore di una
scenografia perfetta ed elegante, e di
indovinati abiti che proiettavano la vicenda
più vicino a noi, negli anni Quaranta del
secolo scorso (Rodolfo butta giù il suo
articolo su una vecchia macchina da scrivere)
richiamando con garbo il cinema in b/n di
Marcel Carnè e Vittorio De Sica. In più,
Stefanutti ha saputo ideare una regia
meticolosa e trascinante, che accompagnava in
maniera naturalistica e spontanea l'azione dei
personaggi. Gli interpreti: Susanna Branchini
era una Mimi a due facce, palesemente incapace
di esprimere il dolce e melanconico sognare
della tenera ricamatrice del primo atto a causa
di un canto brusco e troppo concitato, ma in
grado di indovinare l'esatto registro per le
due grandi scene - il dialogo con Rodolfo alla
barriera d'Enfer e quella della sua morte -dove
la sua forte tempra drammatica trovava piena
realizzazione. La voce di Alessandro Libratore
è un po' piccina, specie per uno spazio così
vasto, ma nondimeno molto bella e ben timbrata,
ed aggraziato il fraseggiare, cosi che il suo
Rodolfo ha saputo conquistare tutti. Cosa che
invece non è riuscita alla debole Musetta di
Paola di Gregorio, poco convincente in ogni
senso, sia per la povertà scenica che per una
certa inespressività vocale. Molto funzionale
il manipolo degli amici
bohémìens
di
Rodolfo, e cioè il Marcello di Marco di
Felice, lo Schaunard di Donato di Gioia,
il Colline dello statuario Paolo
Battaglia. Benoit era il bravo Franco
Boscolo, Alcindoro Christian Stannieri;
illustre comparsata di Orfeo Zanetti
nelle vesti di Parpignol. Positiva
presenza del Coro del Teatro Verdi di
Padova, preparato da Ubaldo
Composta.
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| Corriere del teatro n. 4 - 2006
- Documento originale della
recensione |
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Corriere
del teatro 2006 - "Cavalleria Rusticana"
e "Pagliacci" - Recensione di G. Mion:
Documento
originale della
recensione
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| Corriere del teatro - Marzo
2006: Documento originale della
recensione - biografia sul "Corriere del
Teatro" di Marzo 2006 |
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| L'Opera
- Novembre 2005 |
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"..Sul
podio dell'Orchestra Filarmonia Veneta "G.F.
Malipiero", Giampaolo Maria Bisanti ha avallato
rallentamenti, "indugiando" di tradizione, e
non ha rinunciato in alcuni momenti all'enfasi
strumentale. Lo ha fatto però con buon gusto,
senza cadere nella retorica di basso profilo e
senza perdere di vista all'occorrenza le
dinamiche attutite, le sfumature, il legato. Ha
ottenuto, in altre parole, un equilibrio tra
incandescenza e lirismo."
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| La
Musica della Filarmonia inaugura con successo
il Festival "CANTELLI" |
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Ennesima
trasferta di grande successo, quella
dell’Orchestra Filarmonia Veneta
“G.F.Malipiero” al Teatro Coccia di Novara,
dove mercoledì 16 novembre la compagine
trevigiana ha inaugurato la sedicesima edizione
del “Festival Cantelli”.
E’ stato infatti
un concerto da ricordare, tanto per l’attento
pubblico piemontese quanto per i professori
dell’orchestra, quello che la Filarmonia ha
proposto alle oltre seicento persone che hanno
gremito l’accogliente teatro novarese. Concerto
che il direttore artistico della Filarmonia,
Giampaolo Maria Bisanti, per l’occasione
nuovamente sul podio, ha scelto di dedicare
interamente ai grandi autori del classicismo,
eseguendo l'ouverture dalla mozartiana
"Clemenza di Tito", la sinfonia n. 104 "London"
di Franz Joseph Haydn e la Sinfonia n. 3,
"Eroica", di Ludwig van Beethoven.
Un programma
eseguito con grande sensibilità ed entusiasmo
dai musicisti trevigiani - per la prima volta
ospiti della prestigiosa rassegna
internazionale per orchestre dedicate
all’indimenticato allievo di Toscanini
prematuramente scomparso - e accolto
calorosamente dal pubblico novarese, che ha
lungamente applaudito l’orchestra
“costringendola” a bissare l’ultimo tempo
dell’”Eroica”, nonostante l’impegnativo
programma non prevedesse bis al termine di
un’intensa ora e mezza di musica.
All’insegna di
un’ennesima stagione molto impegnativa e della
grande varietà di programmi proposti
dall’orchestra, venerdì 18 novembre la
Filarmonia sarà nuovamente all’opera nel
Veneto, al Teatro Sociale di Rovigo, per
eseguire “Cavalleria Rusticana” di Pietro
Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero
Leoncavallo.
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| Dallo
Zecchino d'Oro al podio di
... |
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Dallo
Zecchino d'Oro al podio di orchestre
internazionali: questa in estrema sintesi la
lunga storia musicale di Giampaolo Maria
Bisanti . Dopo il fortunato ciclo di concerti
di metà agosto in varie località venete, il
maestro è ora indaffarato nelle prove di
"Cavalleria Rusticana" e "Pagliacci" (dittico
che debutterà a Bassano il 26 agosto). Ma il
giovane e talentuoso direttore artistico
dell'Orchestra FIlarmonia Veneta, Giampaolo
Maria Bisanti , trova come sempre il tempo per
intrattenersi con i professori dell'orchestra e
raccontare un particolare inedito della sua
lunga storia musicale.Il suo debutto in
pubblico è avvenuto nelle vesti di giovane,
giovanissimo cantante quando nel 1976 (aveva
quattro anni) partecipò allo Zecchino d'Oro
classificandosi al secondo posto ("Zecchino
d'Argento") con una di quelle canzoni che in
molti ricorderanno: "Riccardo Cuor di
Leopardo", raccontando di come il suo eroe era
capace di inventare mille scuse per non partire
per le Crociate, evidente antitesi
dell'impavido Riccardo Cuor di
Leone.
Gustoso dettaglio
dell'avvio della vita artistica di un bambino,
primo di undici fratelli - quattro dei quali
ora musicisti - che poco più tardi iniziò a
studiare il clarinetto, diplomandosi
brillantemente ancora giovanissimo, per poi
iniziare la faticosa ma anche per lui
particolarmente fortunata "scalata al
podio"."Quando partecipai allo Zecchino d'Oro,
ricorda il Maestro, avevo già ben chiaro che da
grande avrei fatto il direttore d'orchestra. Di
solito quei sogni sono destinati a svanire con
l'età, invece, nel mio caso....".
Milanese, nato nel
1972, Giampaolo Maria Bisanti ha intrapreso
giovanissimo gli studi presso il Conservatorio
di Musica G. Verdi di Milano in clarinetto,
pianoforte, composizione e successivamente in
direzione d'orchestra diplomandosi nel 1997 con
il massimo dei voti. Parallelamente ha
frequenta il Corso Triennale di Alto
Perfezionamento in direzione d'orchestra presso
l'Accademia Musicale Pescarese diplomandosi nel
1995 sempre con il massimo dei
voti.
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| Opera
Click (agosto 2004) (Nabucco Bassano del
Grappa) |
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“ Bella,
misurata e priva di retorica la direzione di
Giampaolo Bisanti, giovane dal gesto elegante,
che ha equilibrato bene l’orchestra col
palcoscenico incredibilmente
felice……”
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| Il
Gazzettino (agosto 2004) (Nabucco Bassano del
Grappa) |
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“
Giampaolo Bisanti ha diretto
l’orchestraFilarmonia Veneta con precisione e
competenza, lasciando libero spazio alle voci,
com’è strettamente necessario in un’opera come
questa. Sotto la sua guida il successo di
Nabucco è stato pieno e caloroso.Superlativo
“Nabucco” al Palabassano”
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| Il
Messaggero Veneto (agosto 2004) (Concerto della
Pace a Medea) |
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“ Pagine
di Cjaikovskij e Beethoven ben dirette da
Bisanti……
l’Orchestra
Internazionale di Sarajevo ben affiatata e
preparata in ogni sezione diretta con gesto
chiaro ed eloquente e con partecipe musicalità
e comunicativa dal maestro
Bisanti”.
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| Il
Mattino di Padova (30.12.2003)
(Traviata-Bassano) |
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“Altra
menzione di merito va al poco più che trentenne
Giampaolo Bisanti che dirige con lucidità e
leggerezza, senza mai eccedere nel pathos, una
Filarmonia Veneta ricca di sfumature, a suo
perfetto agio tra le pagine
verdiane”.
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| Il
Giornale di Vicenza (30.12.2003)
(Traviata-Bassano) |
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“Il
giovane direttore Giampaolo Bisanti, alla sua
prima Traviata, ne ha dato una lettura
emozionante, di raffinata psicologia. Ha
condotto l’Orchestra Filarmonia Veneta , il
Coro del Teatro Verdi di Padova ed i
protagonisti in insiemi ed assoli,
dall’esplosione amorosa e lieta d’inizio, al
tragico finale. Ha suscitato la subitanea
attenzione dei presenti nell’ouverture, ne ha
smosso le corde segrete del sentire nel
preludio dell’ultimo
atto………”.
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| L’Opera
(novembre 2003) (Don Pasquale-Spoleto,Mauro
Mariani) |
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“…..la
formazione di quest’anno è apparsa
particolarmente buona, anche perché ha
incontrato direttori capaci sia di spronarla
sia di tirare le redini, come Giampaolo
Bisanti, che ama le sensazioni forti in fatto
di ritmi e sonorità ma sa anche concedersi
delle pause al momento opportuno e soprattutto
rispetta le voci”.
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| La
Tribuna di Treviso (14.08.2003) (Madama
Butterfly-Treviso) |
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“ Bisanti,
31 anni, è una giovane promessa, già con felici
riconoscimenti alle spalle, dalla tecnica
impeccabile e dalla solida gestione
dell’orchestra e dei suoi rapporti con le voci,
che proprio nel repertorio lirico ha trovato
una strada elettiva”.
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| Il
Gazzettino di Treviso (14.08.2003) (Madama
Butterfly-Treviso) |
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“ Una
lettura improntata al grande rispetto per le
voci, quella del trentenne Giampaolo Maria
Bisanti, che ha saputo prima addomesticare le
sonorità della partitura per poi scatenarle al
momento opportuno con mano corretta e via via
più partecipe”.
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| Giornale di Vicenza
(05.11.2002)(Barbiere di Siviglia-Bassano del
Grappa) |
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“
…Giampaolo Bisanti che propone del Barbiere di
Siviglia una lettura stringente e ricca di
colori, sbalzata con adeguata vivacità ritmica,
ricca dello scatto espressivo che la partitura
regala quando l’azione innesca il
comico……l’Orchestra Filarmonia Veneta ha
seguito il giovane direttore con apprezzabile e
crescente efficacia, trovando le sfumature
dinamiche necessarie al fraseggio impostato da
Bisanti, che è suadente nelle aperture
sentimentali, ma soprattutto asciutto e netto
nel pieno dell’ironia
giocosa”.
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| Il
Giornale di Vicenza ( 02.11.2002) (Barbiere di
Siviglia- Bassano del
Grappa) |
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“
Giampaolo Bisanti ha diretto l’Orchestra
Filarmonia Veneta in modo trasparente, ma non
superficiale, con giusto colorito, rivelando a
monte attente ricerche ed annotazioni nei
confronti della partitura”.
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| La
Nuova Ferrara (21.10.2002)
(Britten-Rameau) |
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“….Passione, ira, furore,
orrore e disperazione si susseguono
nell’interpretazione incalzante del direttore
Giampaolo Bisanti”.
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| Giornale di Vicenza (
20.07.2002) (Bassano del Grappa
sinfonico) |
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“ Di
questa diseguale ma anche affascinante opera
prima ha dato conto con apprezzabile
“devozione” verdiana il giovane direttore
Giampaolo Maria Bisanti, che ha ottenuto
dall’orchestra Filarmonia Veneta interessante
smalto e buona precisione, e si è inoltrato
nella partitura con grande duttilità
espressiva. Così, fra abbandoni lirici,
meditazioni patetiche e accensioni
cabalettistiche, la sua lettura è risultata
molto mobile sul piano dei tempi, dinamicamente
chiaroscurata , attenta stilisticamente, in
grado di sottolineare sia l’originalità del
pensiero creativo di Verdi che i suoi ancora
evidenti rapporti con la maniera donizettiana e
belliniana”.
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| Corriere del Teatro (novembre
2001) (Oberto Conte di San Bonifacio- Bassano
del Grappa) |
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“Non si
può infine che lodare la validissima
concertazione di Giampaolo Maria Bisanti, a
capo della brava Filarmonia Veneta; il giovane
direttore, preciso e sicuro, ha staccato tempi
giustamente irruenti, ove Verdi li richiedeva,
senza cadere nel languore durante i pochi
squarci lirici. L’Oberto che ne è scaturito
possedeva così il giusto rilievo drammatico,
senza un momento di noia, senza un momento di
routine…..”.
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| Giornale di Vicenza (luglio
2001) (Oberto Conte di San Bonifacio- Bassano
del Grappa) |
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“
…Giampaolo Bisanti che propone del Barbiere di
Siviglia una lettura stringente e ricca di
colori, sbalzata con adeguata vivacità ritmica,
ricca dello scatto espressivo che la partitura
regala quando l’azione innesca il
comico……l’Orchestra Filarmonia Veneta ha
seguito il giovane direttore con apprezzabile e
crescente efficacia, trovando le sfumature
dinamiche necessarie al fraseggio impostato da
Bisanti, che è suadente nelle aperture
sentimentali, ma soprattutto asciutto e netto
nel pieno dell’ironia
giocosa”.
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| L’Opera
(dicembre 2000) (Bohème- Teatro
Fraschini) |
| “…il direttore Bisanti,
bacchetta sensibile sul piano
interpretativo…”. |
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| L’Opera
(novembre 2000) (Oberto Conte di San Bonifacio-
Spoleto) |
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“Giampaolo
Bisanti…ha molto ben impressionato per i tempi
serrati e i colori corruschi impressi a questo
Verdi esordiente: questo ventottenne ha la
stoffa del direttore
verdiano”.
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| Vinile.com ( 04.11.2000)
(Oberto Conte di San Bonifacio-
Spoleto) |
| “ ….lode alla direzione del
giovane Giampaolo Bisanti, protagonista
indiscusso della serata….”. |
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| Il
Ti.Po (10.10.2000) (Bohème- Teatro
Fraschini) |
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“ La
Bohème diretta da Giampaolo Bisanti è stata
ricca di momenti di pathos che, già nella
partitura pucciniana, hanno il loro culmine al
termine del secondo atto e nel finale
dell’opera”.
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| Il
Cittadino (05.10.2000) (Rina Sala Gallo
Monza) |
| “ Molto buona la
collaborazione dell’orchestra e vitalissima la
direzione di Giampaolo Bisanti, sempre attento
e puntuale”. |
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| Il
Tempo (28.09.2000) (Oberto Conte di San
Bonifacio- Spoleto) |
| “ Molto bene lo
spettacolo…affidato alla concertazione e
direzione dell’impeccabile Giampaolo
Bisanti….”. |
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| La
Nazione (26.09.2000) (Oberto Conte di San
Bonifacio- Spoleto) |
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“
…Giampaolo Bisanti, ventotto anni appena che si
dileguano in un batter d’occhi di fronte alla
maturità di gesto e di autorevolezza. Davvero
un direttore d’applausi, in grado di reggere le
briglie di un organico
notevole…”.
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| Corriere dell’Umbria
(15.08.2000) (Spoleto
sinfonico) |
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“…diretto
da Giampaolo Bisanti ventisettenne direttore
d’orchestra milanese che brillantemente ha
retto le redini della formazione
orchestrale….”.
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| Corriere della Sera ( ottobre
1997) (Angelo Foletto) (Donizetti, La Lettera
Anonima-Teatro Alla Scala) |
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“Il lavoro
musicale di Giampaolo Bisanti, che ha diretto
con fervore l’orchestra del Conservatorio,
costruendo un’intesa in graduale affinamento
con il palcoscenico”.
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