Giampaolo Bisanti - Rassegna stampa

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Fuoriclasse Evergreen

Settantotto anni di sfolgorante car­riera in due, nel corso della quale, accompagnati dai migliori direttori d’orchestra, hanno sempre riscos­so successi trionfali nei più prestigiosi teatri d’opera di tutto il mondo. Stiamo parlando del sopra­no Mariella Devia e del baritono Leo Nucci, accorsi generosamente al capezzale del grande malato, il Te­atro Carlo Felice, offrendo a titolo gratuito le loro prestazioni, in due distinti concerti nell’ambito del ci­clo “Voci per un grande Teatro”, che alla luce di quanto si è sentito sa­rebbe stato più appropriato nomarlo “Grandi Voci per un gran­de Teatro”. Infatti dopo le splendi­de performances di Roberto Scandiuzzi e Marcello Giordani, i concerti ai quali abbiamo assisti­to, saranno ricordati nel tempo, con il teatro gremito e col pubblico, al termine, in piedi, ad omaggiare meritatamente questi autentici fuo­riclasse. Soave, tremendamente perfetta, come sempre, Mariella Devia, ha estasiato la platea con un repertorio belcantistico di sicu­ro effetto, spaziando con estrema sicurezza da pagine sublimi di Bellini, Donizetti , Rossini e Mozart. Al concerto partecipava anche il mezzosoprano Elena Belfiore, an­ch’essa oggetto di calorosi applau­si. La direzione dell’orchestra (in un’ottimo stato di grazia) era affi­data a Giampaolo Bisanti, piena­mente all’altezza della situazione. L’ultimo concerto, prima del rom­pete le righe estivo, vedeva sul pal­coscenico il baritono Leo Nucci: splendida voce, nobile, autorevole che ha esaltato immortali pagine verdiane tratte dal Don Carlo, Un ballo in maschera, Luisa Miller e Nabucco, donando al pubblico sensazioni fortissime. La generosità e la simpatia di que­sto “ragazzo con quarantadue anni di carriera alle spalle”, lo portava, al termine dell’impegnativo concer­to, a concedere bis, coinvolgendo addirittura il pubblico, in una sim­patica, quanto inconsueta situazio­ne canora. Ad un’autorevole dire­zione d’orchestra di Marco Zambelli, faceva eco le superba prova del Coro, ottimamente pre­parato da Ciro Visco. In mezzo a tanta magia, l’unica nota stonata, stonatissima veniva dal prolunga­to suono di telefoni cellulari duran­te i concerti, ma questo sembra che sia la nuova realtà, di qui mi sia concesso prendere a prestito dall’Andrea Chenier: “tal dei tempi è il costume...".

Gianni Bartalini
03/04/2009 - Una Grande prova del giovane direttore al Teatro Comunale di Modena
Ernani: Ottima concertazione di Giampaolo Bisanti

Continua la stagione lirica al Teatro Comunale di Modena con Ernani di Giuseppe Verdi. L’opera è affidata alla regia di Massimo Gasparon che è anche autore di scene e costumi. Si tratta di un nuovo allestimento coprodotto dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena insieme ai teatri di Piacenza e Reggio Emilia.
Il lato migliore della serata viene dalla buca orchestrale ottimamente diretta dal giovane Giampaolo Bisanti che tiene saldamente in pugno l’orchestra regionale dell’Emilia Romagna ottenendo sonorità corrusche e sanguigne ma sempre ammantate di una chiara e intellegibile nitidezza musicale. Ottimo anche il rapporto dinamico fra orchestra e voci. Ci saremmo aspettati di più dal coro del Teatro Municipale di Piacenza che, pur supportato dall’ottima concertazione di Bisanti, è risultato sempre sotto tono  dal punto di vista espressivo e privo della necessaria potenza e amalgama. 
La messa in scena di Gasparon ha una certa eleganza, ma risulta generica e troppo statica. Il coro e le comparse si limitano ad entrare ed uscire, mentre i cantanti non eccellono per originalità nell’impostazione recitativa. Le scene accennano ad un’ampia architettura, mentre i costumi di impianto classico risultano generici e eccessivamente appiattiti su tinte uniformi.
Buona la compagnia di canto per un’opera notoriamente ostica per tutte le voci. Su tutti spicca il Silva di Giacomo Prestia che delinea un personaggio formidabile per doti vocali e accenti. Voce piena e tonda, sicura sia nelle note acute che in quelle gravi. Fraseggiatore di razza, il cantante ci regala anche una prova maiuscola di interpretazione, con sguardi taglienti uniti ad una recitazione sobria ed efficace, ricevendo giustamente a fine serata un tripudio di applausi da parte del pubblico. Buono anche il Carlo V di Luca Salsi anche se l’interpretazione andrebbe approfondita ulteriormente per risultare convincente. Brava e appassionata Amarilli Nizza come Elvira: affronta con sicurezza vocale la sua parte, ma rimane un po’ al di fuori del personaggio romantico di Elvira da cui avremmo voluto più slancio ed enfasi. Lo stesso dicasi per l’Ernani di Renzo Zulian che pur cantando correttamente non arriva mai a delineare il personaggio, a rendere questo bandito credibile sulla scena. Corretto il resto del cast.
A fine serata applausi per tutti e ovazioni per Prestia e Bisanti.

Raffaello Malesci
Pigmalione, Salemme e Santanelli conquistano il San Carlo
Non ci saremmo mai aspettati da Vincenzo Salemme un’interpretazione così seria ed impegnativa, lontana dal suo solito genere. La rivisitazione di Pigmalione, una breve opera di Rousseau, è molto attuale e piena di spunti interpretativi moderni. La grande espressività e l’esagerazione gestuale di Salemme, unita alla riscrittura del Pigmalione del napoletano Mario Santanelli, ha dato all’opera un aria frizzante e leggera.
Innanzitutto la struttura: alternanza di recitativi e momenti musicali dell’orchestra del San Carlo che ha conferito una riuscita originale. Anche gli spunti filosofici e la sottile ironia hanno concorso al successo. Ma soprattutto il finale, ciclonico e inaspettato, ha sottolineato la leggerezza e la modernità della rappresentazione. La teoria dell’estetica, del bello assoluto, ha trovato qui una nuova risoluzione, che apre numerose strade interpretative. Una risoluzione degna del nome del Teatro San Carlo. Davvero bravi.
La pièce era preceduta dal concerto dell'orchestra del San Carlo diretta da Giampaolo Bisanti.
La musica è l’unica fra le arti ad evocare all’istante un insieme di emozioni grandiose. Attraverso le armonie musicali emerge tutta la potenza creativa, e l’unicità interpretativa degli esecutori, guidati dal direttore. E’ questo che ha trasmesso l’orchestra del San Carlo mirabilmente guidata da Giampaolo Bisanti. Tutto è stato perfetto, l’organicità dei componenti ha assicurato un grande successo. Il merito degli esecutori è proprio l’unicità della loro interpretazione, che si arricchisce di sfumature nuove ed originali che rendono “artigianale” l’opera. Notevole l’assolo del violoncello (Luca Signorini) nel concerto in Sib maggiore di Luigi Boccherini. Anche Haydn (Sinfonia n. 101 “della pendola” in Re maggiore) e Mozart (Il flauto magico) sono stati espressi nel rispetto del loro nome.
Danilo D'Angelo, finalista "Lettera 22" under 20)
07/02/2009 -  «Butterfly», essenzialità che conquista
Quel «basta bonzerie!» che Pinkerton , troppo ansioso di godersi l’intimità con la giovane sposa, impone ai chiassosi parenti che hanno invaso la casa sembra essere stato preso alla lettera da Daniele Abbado in questa sua rilettura di «Madama Butterfly» regolata sul filo di un’assoluta essenzialità, nelle scene e nei costumi, rispettivamente di Graziano Gregori e di Carla Teti, come nella condotta propriamente registica.
La scena, spogliata da ogni minimo elemento connesso a quel «colore locale» che Puccini ha assimilato entro la nuova misura drammaturgica instaurata con quest’opera, sfidando persino un rischioso oleografismo, si pone solo come un astratto contenitore, regolato essenzialmente dal movimento delle luci e dallo scorrere di pannelli che mutano le prospettive interne: scelta di sicura efficacia, nel modo con cui i trapassi appaiono coerenti con il trascolorare che avviene entro l’inquieto tessuto orchestrale e ancor di più con il movente drammatico; significativo il livido ingrigirsi della luce che avvolge il momento più lirico dell’opera qual è il duetto conclusivo del primo atto, come pure è comprensibile l’omogeneità dell’ambientazione tra i due atti, azzerando il contrasto solitamente evidenziato tra il clima festoso del primo e la desolazione che si coglie nel secondo, dopo tre anni di trepida attesa, perché in effetti, sembra suggerirci Abbado, il dramma c'è già fin dall’inizio, in quel sinistro rituale del matrimonio, gioco illusorio per la fanciulla cinico per l’americano.
Lettura determinata, senza dubbio, in quanto tende ad oltrepassare quella superficie più variegata che Puccini costruisce con puntigliosa attenzione, per giungere direttamente al nodo essenziale, al dramma, con una estrema schematizzazione che porta a ridurre meccanicamente gli interventi esterni, le varie apparizioni, dei convitati, dello Zio Bonzo, del Principe Yamadori, tutte come bloccate entro un grande ascensore. La massima concentrazione invece sui personaggi che assumono un risalto icastico in quegli spazi rarefatti, sullo sfondo di quei pannelli resi eloquenti proprio dalla loro nudità, muri che parlano, fino a registrare lo strazio finale attraverso le crepe che dilaniano il fondale. Ma lettura efficace, coinvolgente anche per la rispondenza col passo musicale regolato da Giampaolo Bisanti con mano attenta nel filtrare gli ingorghi emotivi, insidiosissimi - evitando così certi patetismi di maniera e magari rinunciando a qualche raffinatezza tra le tante offerte da questa mirabile partitura - e nel distendere la trama del tessuto lasciandone intendere la tensione insinuante, germinante fin dal ruvido motto iniziale; e ciò grazie anche alla ben riconoscibile aderenza alle sue intenzioni da parte della milanese Orchestra «Verdi», organismo di provata esperienza.
Entro queste coordinate drammaturgiche si collocava pienamente la protagonista, Svetla Vassileva, autorevole nell’incarnare più che gli abbandoni sognanti il rovello dello struggimento, l’intima drammaticità quindi, percepibile nelle stesse screziature un po' aspre del timbro. Equilibrato il Pinkerton di Salvatore Cordella e pure ben rispondenti la Suzuki di Akemi Sakamoto e lo Sharpless di Roberto De Candia. Una nota di merito anche al Coro «Claudio Merulo», istruito da Martino Faggiani, per la delicatissima apparizione «a bocca chiusa». Successo entusiastico.
Gian Paolo Minardi
09/12/2008 - Macbeth al Verdi: un capolavoro scarsamente applaudito

Pisa - Non sempre un’opera lirica soddisfa e stupisce il pubblico del teatro Verdi di Pisa: nel caso del Macbeth  andato in scena venerdì 5 e domenica 7 dicembre il pubblico, pur così numeroso da segnare il tutto esaurito al botteghino, ha preso un grosso abbaglio e ha dimostrato una profonda ignoranza nel sottovalutare uno spettacolo eccellente, tra i migliori delle ultime stagioni liriche presentate.
L’ottocentesca opera verdiana in quattro atti, su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei tratta dall’omonimo melodramma di Shakespeare, è stato un capolavoro, ma il pubblico pisano non ha capito e apprezzato o, forse, il suo indice di gradimento non ha trovato degna espressione: frequentemente gli attori sono stati interrotti da scroscianti applausi ed entusiastiche acclamazioni, ma sul finale, quando meritatamente il cast doveva essere applaudito e osannato, frettolosamente la gente lo ha liquidato senza l’ovazione sperata, preparandosi a lasciare il teatro gremito e a raggiungere l’uscita.
La trama dell’opera è nota: tre streghe presagiscono la sventura che colpirà Machbeth se ascenderà al trono di Scozia nel modo sanguinoso che gli predicono e, come un tacito monito, suggellano con la loro silenziosa presenza la realizzazione delle loro profezie alla fine del dramma: Lady Macbeth, istigatrice del regicidio, morirà delirante e sonnambula uccisa dai propri incubi, mentre Macbeth perirà sul campo di battaglia per mano di Macduff, rientrato in patria alla testa di un esercito deciso a deporre il tiranno.
Nel  Macbeth  le scene di Alessandro Ciammarughi sono essenziali, tenebrose e inquiete: su tutto incombe un cielo cupo, che riflette la decadenza morale di Macbeth e della sua Lady. La quinta è una rete metallica, sempre presente in scena, che separa senza dividere il mondo onirico e malvagio delle streghe e di Macbeth da quello degli eroi positivi, e sparirà alla morte dell’usurpatore, quasi a restituirci la speranza di un presente fatto di giustizia e onore. Felice la scelta riccamente simbolica di erigere il trono di Macbeth sulla tomba di Duncano, che diviene anche il talamo su cui il nuovo re di Scozia è turbato dai funesti incubi notturni.
Lo spettacolo è curato in ogni particolare: i costumi, caratterizzati da reale storicità, sono dello stesso Ciammarughi; le luci sono disegnate da Cesare Accetta e le coreografie sono di Anna Redi. Il tutto fa da splendido scenario alla impeccabile direzione del maestro Giampaolo Maria Bisanti, che con vigore e precisione ha diretto l’Orchestra Filarmonia Veneta “G. F. Malipiero”. Il Coro del Teatro Sociale di Trento, diretto da Luigi Azzolini, dopo un incipit poco convincente, ha saputo dare il meglio di sé nella parte delle streghe e nei due cori finali “Patria oppressa” e “Ov’è l’ursupator”, molto apprezzati dal pubblico.
Nel ruolo di Banco troviamo il basso Francesco Palmieri, in quello di Macduff il tenore Stefano Ferrari. Il soprano Maria Letizia Grosselli è la Dama, il tenore Cristiano Olivieri è Malcom, il basso Franco Federici interpreta i ruoli sia del Medico che del Sicario. Spiccano nel ruolo di Lady Macbeth Dimitra Theodossiou, il soprano greco annoverato fra le voci più rappresentative del repertorio verdiano, e in quello del protagonista Vittorio Vitelli, il giovane baritono ascolano dalla brillante carriera che si preannuncia ancora agli esordi.
Il cast è stato nell’insieme accurato e convincente ed è per questo motivo che dispiace ancora di più lo scarso tributo reso al Macbeth  dal pubblico pisano, che offende, forse involontariamente, gli artisti andati in scena con un così indegno omaggio e la direzione artistica del Teatro Verdi, che si è tanto impegnata in un momento economicamente difficile a supportare la co-produzione di un’opera lirica che rappresenta un faro nella tradizione culturale italiana.

Laura Cipressa
Il Messaggero Veneto - 03/12/2008 - De Maria e Bisanti, i colori del talento

Udine - Secondo appuntamento con l'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia, all'interno della stagione di musica e danza del Teatro Nuovo firmata da Daniele Spini. La formula è piuttosto collaudata e non riserva particolari sorprese: un'ouverture, una sinfonia e un concerto tra classicismo e primo romanticismo; i solisti e i direttori d'orchestra, al contrario, selezionati tra giovani artisti di spicco del mondo musicale internazionale, con particolare predilezione per il nostro Paese. In tal senso il panorama dei protagonisti si fa garanzia di successo incondizionato dei quattro appuntamenti previsti per la nostra orchestra all'interno del cartellone, in compagnia, questa volta, di una stella del pianismo italiano contemporaneo, il veneziano Pietro De Maria, primo premio al Dino Ciani del 1990 e al Géza Anda nel 1994, recente artefice di un trionfo discografico ottenuto grazie alla sua integrale chopiniana.
L'esordio del concerto, dedicato all'ouverture Le creature di Prometeo opera 43 di Beethoven, lascia intravedere nella bacchetta dell'altrettanto giovane e affermato direttore milanese Giampaolo Bisanti un fresco, ma misurato tecnicismo e il gusto per una concertazione affidata alla salda compattezza degli archi e ad uno smalto brillante ed estroverso dei legni; e se la seconda caratteristica è destinata a farsi la firma dell'intero concerto, l'elasticità e le sottigliezze interpretative di Giampaolo Bisanti e dell'orchestra si fanno via via più inattese e intense nell'esecuzione del Concerto numero 1 in mi minore opera 11 per pianoforte e orchestra di Chopin.
Difficile immaginare un concerto più affine del capolavoro chopiniano alla tecnica e allo scavo interpretativo che caratterizzano l'arte pianistica di Pietro De Maria, portamento compassato e di diafana solennità, meccanica tastieristica non spettacolare ma capillarmente adattata alle peculiarità della scrittura pianistica, nella quale l'intensità austera degli spunti melodici e le finissime
me increspature dell'ornamentazione ricevono una luce ineguagliabile. L'economia complessiva del pianismo di De Maria è costantemente volta all'assoluto controllo di un suono purissimo e uniforme, che predilige tinte di impalpabile delicatezza e dinamiche al limite della trasfigurazione, uno Chopin di neoclassica, intatta bellezza confermato nell'unico, purtroppo, bis concesso, il Notturno in mi maggiore opera 62 numero 2, estrema confessione di concentrazione lirica e inesausto scavo armonico e contrappuntistico. I tanti momenti di grande poesia, di trattenuti respiri vissuti durante la prima parte nel magico dialogo tra pianista, direttore e orchestra, sembrano trovare uno sfogo rinfrancante nella personalità sanguigna e ricettiva di un Beethoven tutto abbandonato a sensazioni, visioni, emozioni che rivivono nel programma interiore della Sinfonia numero 6 in fa maggiore opera 68-Pastorale. Il direttore e l'orchestra vi stabiliscono un dialogo di ottimistica complicità, gli stacchi ritmici e la lucentezza timbrica si fanno coinvolgenti, con particolare rilievo per gli spunti solistici dell'oboista Enrico Cossio e del fagottista Dario Braidotti.

David Giovanni Leonardi

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L'Orchestra regionale al Nuovo di Udine con Bisanti e De Maria: Beethoven e Chopin alla grande!

Nuovo appuntamento per l'Orchestra Sinfonica del Friuli Venezia Giulia al "Giovanni da Udine". A dirigerla era questa volta il milanese Giampaolo Maria Bisanti. Nel concerto di alcuni giorni fa era stata eseguita la Quarta Sinfonia di Beethoven. Questa volta la proposta riguardava l'altrettanto celebre Sesta, op. 68 "Pastorale". Niente di male, anzi tutt'altro, che l'Orchestra rivisiti pagine importanti del repertorio classico. La serata si è aperta con un'altra pagina beethoveniana, l'Ouverture op. 43 "Le creature di Prometeo", seguita dal Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 11 di Chopin. Quest'ultima è una composizione di dimensioni e respiro maestosi, chiaro omaggio ai canoni del genere, dove tuttavia il grande Polacco non rinuncia alla propria peculiare poetica, fatta di affondi armonici e linee melodiche dagli scarti improvvisi. Solista era Pietro De Maria, vincitore di importanti concorsi interna­zionali e attualmente impegnato nell'esecuzione integrale di Chopin, che ha anche inciso per la Decca.
Bisanti si è rivelato direttore molto attento e di buona levatura. L'orchestra è partita bene con l'Ouverture e ha proseguito altrettanto bene con Chopin, dialogando con il solista in modo efficace e misurato. De Maria ha colpito per il dominio della tastiera, il suono limpido ma intenso e il fraseggio nitido e ottimamente chiaroscurato. Riuscito anche il bis con un Notturno chopiniano. Decisamente positiva ci è sembrata infine la prestazione orchestrale nella Sesta: stacco misurato dei tempi, sbavature quasi del tutto assenti, buona rifinitura dei dettagli e un apprezzabile equilibrio timbrico. Il pubblico ha mostrato di gradire con applausi prolungati.

Luigi Pellizzoni

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Firenze, “La Bohème” di Giacomo Puccini, 22/10/2008

GIOIE DEL REPERTORIO

Bohème è la terza proposta di “Recondita Armonia”, rassegna promossa dal Maggio Musicale che, oltre al successo di pubblico, si è distinta per la capacità del teatro di mettere in scena in tempi brevi tre nuovi allestimenti prodotti internamente dalla stessa équipe. Le due settimane di tutto esaurito confermano che anche in Italia c’è richiesta per produzioni di “repertorio” facilmente accessibili e che l’opera è ancora una forma artistica popolare attraente per un pubblico generalista e giovane da coltivare e avvicinare all’opera con i “classici”. Ci auguriamo che il forte riscontro ottenuto sia un punto di partenza per aumentare e diversificare l’offerta come fanno già da tempo i teatri dell’opera di Londra e Parigi, i quali, in virtù dell’alternanza di repertorio e produzioni di punta, si possono permettere una programmazione di qualità a lungo termine. Tradizionale la regia di Mario Pontiggia che coglie l’aspetto brioso e garbato della vita di Bohème con uno spettacolo di buon livello come l’elegante e curata scenografia di Francesco Zito, espressione di un mestiere dalla forte importa artigianale all’insegna del buon gusto. La soffitta è un grande ambiente con travature a vista che ricordano un loft ricavato in un’architettura post-industriale con una parete vetrata sullo sfondo formata da tessere di vetri opalescenti che diffondono la luce in modo naturale. La soffitta ritorna nel quarto atto talmente fiorita da sembrare una serra in ferro e vetro con la porta finestra aperta con vista sui tetti di Parigi, forse troppo ridente e primaverile per essere “una tana squallida”, ma il colpo d’occhio è piacevole e il senso di grande apertura appaga. Il Cafè Momus è un gazebo dai vetri liberty colorati con camerieri che svolazzano mentre venditori ambulanti , maschere e bambini affollano il variopinto e riconoscibile quartiere latino. Il quadro è generico e potrebbe essere stato preso in prestito da una qualsiasi altra Bohème, ma è funzionale e ricrea l’atmosfera festosa. L’ambientazione più riuscita è la Barrière d’Enfer , avvolta in una fitta nebbia che rende le luci fioche e avvolge in un’atmosfera ovattata e poetica lo squallore di una Parigi di periferia vista sotto il ponte della ferrovia. Il cast di giovani cantanti contribuisce a dare all’opera una connotazione fresca e giovanile con risultati apprezzabili anche sul piano vocale. Maria Luigia Borsi è una Mimì delicata e dalla buona intonazione, corretta ma un po’ anonima; la voce ha difficoltà a passare l’orchestra e non ha quella luminosità e naturale espansione melodica necessarie per rendere tutta la spontanea comunicativa di Mimì. Gianluca Terranova tratteggia con delicatezza e ironia il ruolo di Rodolfo, di cui restituisce la giovanile illusione da poeta; la voce non ha grande estensione ma è omogenea, capace di sfumature, e acquisisce maggiore sicurezza e spessore nel corso dell’opera. Molto naturale Fabio Maria Capitanucci, un Marcello sicuro dal bel timbro, particolarmente apprezzato dal pubblico anche per la verve scenica. Donata D’Annunzio Lombardi è una Musetta disinvolta e graziosa. Solenne come vuole la tradizione la “vecchia zimarra” di Colline nell’interpretazione di Felipe Bou. Enrico Marrucai dona voce scura a Schaunard. Per concludere Benoit è Dario Giorgelé, Federico Benetti è Alcindoro. Giampaolo Bisanti offre una direzione dai tempi lenti e sospesi imprimendo giusti crescendo e rallentando per assecondare l’azione e rafforzare l’impatto emotivo, dando inoltre buon rilievo ad alcuni dettagli della strumentazione come gli elementi realistici e i rumori estranei presenti nella partitura.
Oltre all’ottimo coro preparato Piero Monti, una menzione va alle voci bianche della Scuola di Musica di Fiesole dirette da Joan Yakkey. Al di là della qualità oggettiva, uno degli aspetti più belli della serata è stato vedere una platea piena di giovani e sentire i loro commenti spontanei.

Ilaria Bellini

L'Opera - Cartellone Internazionale - Apri PDF



Jesi, teatro Pergolesi, “Tosca” di Giacomo Puccini, 26/10/2008

IL GIUSTO RUOLO DELLA PROVINCIA

La stagione lirica di tradizione di Jesi prosegue, dopo il buon inizio con il Flauto Magico (qui recensito), con Tosca, omaggio a Puccini per i 150 anni dalla nascita. L'allestimento è quello andato in scena in luglio a Macerata per lo Sferisterio Opera Festival, alla cui recensione si rimanda per i dettagli di regia, scenografia e costumi, tutti di Massimo Gasparon. Quel che va qui sottolineato è come la scena sia stata bene adattata nel ridotto spazio del teatro Pergolesi: i tre elementi, che ricreano la chiesa di Sant'Andrea della Valle, lo studio di Scarpia e la terrazza di Castel Sant'Angelo, sono molto frontali e lasciano poco palcoscenico ai cantanti. Tuttavia la regia, pressochè completamente ridisegnata (non tanto nella gestualità quanto nei movimenti per adattarli al nuovo spazio, minimo rispetto a quello enorme dell'arena maceratese) ha saputo rendere al meglio l'andamento della storia. Ad esempio, nel “Te Deum” utilizza la platea per i coristi e alcune delle comparse. Le luci bianche ed algide sono state disegnate da Massimo Gasparon con la collaborazione di Fabrizio Gobbi. Suggestivo l'odore di incenso durante il Te deum, fastidiosa la puzza dei sigari fumati dai soldati all'inizio del terz'atto.
Giampaolo Bisanti offre una direzione dai tempi lenti e sospesi, imprimendo giusti crescendo e rallentando per assecondare l'azione e rafforzare l'impatto emotivo, dando rilievo ad alcuni dettagli nella strumentazione. L'orchestra filarmonica marchigiana lo segue, producendo una tinta elegiaca e meno realista, sia per la larghezza dei tempi che per la morbidezza dei suoni.
Il cast di giovani cantanti dà all'opera una connotazione fresca con risultati apprezzabili anche sul piano vocale. Secondo noi è proprio questo il giusto (ed encomiabile) ruolo dei teatri di provincia, come accade da tempo e con risultati lusinghieri in Germania: dare spazio ai giovani talenti, in modo che essi possano emergere e crescere con una giusta gavetta.
Antonia Cifrone è una Tosca convincente, corretta e con buona intonazione, anche se rimane un poco anonima: la voce non ha quella luminosità e la melodiosità per rendere appieno il personaggio. Molto dotato Alejandro Roy: il suo Mario si segnala per la voce di bel colore, estesa ed omogenea, capace di sfumature, molto potente, tanto che deve controllarne il volume; il suo “E lucevan le stelle” conquista il pubblico che lo costringe al bis. Claudio Sgura è Scarpia, fisicamente imponente, vocalmente meno: il suo personaggio, imparruccato ed incipriato, emblema del passato, di un potere che sa di sopruso, veste di bianco anziché del tradizionale nero.
Alessandro Spina è un Angelotti poco sofferente, Mirko Quarello un sagrestano burlone, Massimo Cagnin un beffardo Spoletta; con loro Siro Antonelli (Sciarrone), William Corrò (un carceriere) e Valeria Cazacu (un pastore).
Coro lirico marchigiano diretto da David Crescenzi, associazione corale dei pueri cantores Zamberletti di Macerata preparata da Gian Luca Paolucci.

Teatro tutto esaurito, molti i giovani, tantissimi applausi.

Francesco Rapaccioni

 

Rovigo, Teatro Sociale, “Macbeth” di Giuseppe Verdi, 04/04/2008

LE INQUIETUDINI DI MACBETH

É sempre cosa bella vedere come i piccoli teatri, spesso con scarsità di mezzi (ma consorziati), riescano a mettere in scena grandi titoli con ottimi risultati: è il caso di questo Macbeth la cui regia è opera di Andrea De Rosa. Il regista individua il dramma nell’ineluttabile avverarsi dei desideri più nascosti ed inconfessabili dei due protagonisti: Macbeth e la Lady. Le streghe, infatti, gli rivelano di quali malvagità possa macchiarsi la loro ambizione ed entrambi percorrono inesorabilmente il loro tragico destino di morte quasi in una dimensione onirica, spinti da un fato da loro cercato e rappresentato da tre fanciulle in abiti bianchi.
Le scene di Alessandro Ciammarughi sono essenziali, tenebrose e inquiete, come inquieto è il protagonista; regna sempre un cielo cupo, nero, anticipo di temporale, specchio della decadenza morale di Macbeth e della moglie e si rischiarerà solo alla fine con la morte dell’usurpatore. Anche la quinta di rete metallica, sempre presente in scena, che, come un diaframma, tende a dividere due mondi, quello onirico e malvagio delle streghe e di Macbeth con quello degli eroi positivi, sparirà alla morte del protagonista. Il trono di Macbeth si erge sulla tomba di Duncano che diviene anche il talamo su cui il nuovo re di Scozia è turbato dai funesti incubi notturni. Ciammarughi ha curato anche i costumi, caratterizzati da reale storicità.
Il cast è stato nell’insieme accurato e convincente. Molto bravo il Macbeth del baritono Alberto Gazale: lo scavo espressivo e la varietà di chiaroscuri e di accenti hanno centrato la complessità del personaggio; notevole anche il timbro morbido, rotondo e la sua tenuta vocale, certamente uno dei migliori giovani baritoni verdiani. Diverso il caso del soprano ucraino Olha Zhuravel. La sua Lady è di gradevole presenza scenica, ma è priva di mordente; non ha la forza del soprano drammatico che ci si aspetterebbe per il personaggio; certe sue asprezze diventavano immediatamente funzionali ad un canto che Verdi stesso avrebbe voluto cupo e soffocato. Deludente la scena del sonnambulismo. Decisamente bravo il Banco del basso Francesco Palmieri che, oltre ad un’ottima presenza scenica, ha evidenziato una bella voce; così pure il Macduff del giovane tenore Stefano Ferrari, tecnicamente ancora un po’ immaturo ma di notevole rilievo vocale. Con loro Maria Letizia Grosselli, nella Dama di Lady, e Cristiano Olivieri in Malcom.
Una rivelazione si è dimostrato il giovane maestro Giampaolo Maria Bisanti, che ha già alle spalle una carriera di tutto rispetto. Bisanti ha diretto con maestria, energia, compattezza e incisività l’Orchestra Filarmonia Veneta Malipiero, dimostrando una maturità ed una continuità drammatica da grande direttore.
Nel Macbeth assume un ruolo di protagonista il Coro: il direttore Luigi Azzolini ha saputo portare la resa artistica del Coro del Teatro Sociale di Trento ai massimi livelli, dando il meglio di sé nella parte delle streghe e nei due cori finali: “Patria oppressa” e “Ov’è l’ursupator”, molto apprezzati dal pubblico.
Di scarso effetto e piuttosto banali le coreografie di Anna Redi per le danze eseguite dal corpo di ballo del Teatro Sociale di Trento.
Il pubblico, all’inizio piuttosto freddo, si è poi lasciato coinvolgere dalla musica, concludendo la rappresentazione tra ovazione ai cantanti e agli orchestrali.

Mirko Bertolini
Opera Click 23.11.2007 Don Giovanni di Mozart
Conferme positive e piacevoli sorprese sono venute anche sul versante della musica.
Giampaolo Bisanti concerta con mano sicura, attenta alle dinamiche dello spartito, con scelte agoniche pertinenti e con ottimo gusto interpretativo; ammirevole l’attenzione al palcoscenico, che il giovane direttore non perde mai di vista”.
Alessandro Cammarano
Il Giornale, 2 dicembre 2007
Don Giovanni: grandi voci ma spettacolo sbagliato.

...Tutti loro hanno avuto la fortuna d'ascoltare un'orchestra linda ed equilibrata, molto attentamente diretta dal giovane Giampaolo Bisanti, che ha in mano ormai anche il palcoscenico, e non è mai incerto, né inerte, né banale, e gode molto Mozart.

Lorenzo Arruga
Salerno, 24 novembre 2007
Teatro Verdi di Salerno in delirio per il tenore Neil Schicoff

Con un volo di fortuna che decollava dal veronese ove era impegnato nel Don Giovanni di Mozart, il giovane direttore Gianpaolo Bisanti è giunto fugacemente in sostituzione al maestro Daniel Oren, assente per motivi familiari, per dirigere l’orchestra del teatro Verdi. ... L’orchestra, diretta dal sopradetto maestro Bisanti, ha dimostrato una forma smagliante sotto le vesti di una qualità esecutiva sempre più in ascesa che si è saputa magistralmente amalgamare con la precisione di questo giovane direttore destinato a far parlare di se.

Antonio Guida
Da Il Giornale del 12 Ottobre 2007
Teatro Verdi. Trionfo al Massimo Cittadino del giovane baritono fiorentino e della virtuosa AnnaSkibinski. Incisiva la direzione del Maestro Giampaolo Bisanti a testa dell'Orchestra Filarmonica Salernitana. Romantico l'allestimento  di Giacchieri.
 
"L'Ottobre musicale del Teatro Verdi  e' stato inaugurato nel migliore dei modi......"
Giampaolo Bisanti ha letto con grande correttezza la partitura verdiana sottolineando certi dettagli,come l'introduzione della cabaletta del tenore, utilizzando spesso l'arte sottile del rubato, in questo sorretto da un'Orchestra Filarmonica Salernitana in crescita, morbidissima negli archi, duttile nei fiati, con flauto, oboe ed ottavino in grande spolvero nell'ultimo atto.
Il Rigoletto di Bisanti ha una tinta notturna, incisiva nell'accento, con una particolare ricerca ad una vibrazione interna, cantabile e nervosa assieme.....applausi scroscianti per tutti....".
Olga Chieffi
Corriere del Teatro - Servizio esclusivo
 
Rigoletto conquista Salerno
 
Ancora sul Rigoletto al Teatro Verdi di Salerno
 
Dal "Sole 24h"
 
Dal "Sole 24h"
 
Chailly trasforma in musica l’ironia grottesca di Buzzati

L’Aumento di Dino Buzzati, musica di Luciano Chailly: prima esecuzione assoluta. Ottima idea per ricordare, nel centenario, quanto lo scrittore fosse "musicale" e che sodalizio importante si instaurò  dal  1954 col compositore ferrarese che fornì note a cinque suoi soggetti, tra cui tre opere (Procedura penale, II mantello. Era proibito) di notevole qualità. L'aumento,  esito postumo di tale profonda vicinanza personale e artistica, Chailly lo compose dieci anni fa, come ultimo titolo di una lunga carriera dedica-ta al teatro musicale. Si tratta di una partitura da camera (orchestra piccola, poche voci, mezz'ora di durata) che alterna momenti scattanti a episodi di raffinata densità contrappuntistica e sapienza coloristica: ben indirizzati a un soggetto grottesco e ironico al quale il musicista destina una calibrata alternanza di modi cantati, declamati e recitati.
L'efficace direzione di Giampaolo Bisanti, sul podio d'un gruppo scelto dell'Orchestra Verdi, ha rilevato la causticità e la facile eleganza narrativa della musica inedita; benassecondato dai cantanti (in particolare Max René Cosetti e Armando Ariostini, i due  contendenti) e dalla spiritosa lettura semiscenica di Filippo Crivelli. L'esecuzione era preceduta dal delizioso film-documentario II tuo Dino Buzzati di Floriana Chailly e Daniela Tra­stulli, realizzato sugli scambi epistolari e i materiali di lavoro dei due autori.

Da: La Repubblica - Angelo Foletto 
 
All'Auditorium di Milano, L'aumento di Chailly - da L'Opera - Novembre 2006

In coincidenza con il centenario della nascita di Dino Buzzati (1906-1972) in un'unica serata fuori abbonamento all'Auditorium di Milano s'è presentata in prima assoluta l'opera da camera L'aumento  quattordicesimo titolo operistico di Luciano Chailly, frutto nel 1995 di una collaborazione postuma e virtuale tra i due emblematici personaggi.
Moto scrittore e giornalista il primo, è stato anche originalissimo autore teatrale librettista, scenografo e costumista. Il connubio con Chailly iniziò col racconto in sei episodi Ferrovia sopraelevata nel 1955 e culminò con tre atti unici: Procedura penale (1959), Il mantello  (1960) ed Era proibito (1963), riunite in un ideale trittico prima a Villa Olmo di Como e quindi dal Teatro Massimo di Palermo, la cui programmazione è sempre stata attenta ai fermenti creativi e culturali del secolo scorso, in questo caso della Milano del dopoguerra.
In quella linea surreale si unisce ora questa pièce fulminante, uno sketch di assoluta attualità, che anticipa - fu redatta nel 1961 e rappre­ sentata in prosa solo nel 1972 - nella sua cinica e caustica comicità i celebri personaggi di Paolo Villaggio: Fantozzi e Fracchia. Il libretto è un adattamento di Chailly del testo di Buzzati con l'aggiunta di un antefatto in casa del protagonista, il ragioniere Gustavo Campanella (tenore), aizzato dalla moglie (soprano) che ha adocchiato la busta paga, con uno stipendio più alto di un suo subalterno, a chiedere un aumento al padrone Stragioni, che a tutta prima inaspettatamente gli offre un aumento spropositato, salvo poi ottenerne spontaneamente una sostanziale riduzione del salario, mettendo subdolamente in guardia il dipendente contro l'eventuale cambio di gestione della società e quindi con la possibilità che proprio gli impiegati che percepiscono le paghe più alte siano i primi ad essere licenziati necessario nel ridimensionamento dell'azienda. Il match spietato viene descritto con brevi frasi declamate che si intersecano con il canto per rendere il testo più comprensibile all'ascoltatore e che nella sapida sferzante musica, in cui sono evidenti tratti paraimpressionisti e gershwiniani, trova il connubio calzante in una sintassi neoclassica e liberamente atonale.
Con la regia di Filippo Crivelli, che conosce a fondo l'opera dell'Autore avendone curato le più importanti messe in scena e che dal nulla e con nulla è riuscito a creare l'atmosfera giusta ed a conferire ritmo drammatico all'azione, va lodata la direzione del giovane Giampaolo Bisanti che, a capo della preziosa riduzione cameristica dell'Orchestra Sinfonica Verdi, ha trovato le sonorità ed i colori adeguati per mettere in risalto l'indubbia, riconoscibile personalità di Chailly. Al gioco scenico, nel labirinto delle note quasi in libertà, con pari abilità canora ed impagabile verve teatrale, hanno primeggiato i due protagonisti, il tenore Max René Co-sotti che ha reso a tutto tondo del misero impiegatuccio l'isteria, il disappunto, la assoluta rassegnazione alle ipotesi formulate dal mellifluo, mefistofelico Stragioni, a cui il baritono Armando Ariostini ha conferito un'irresistibile aura berlusconiana con aplomb e satanica malizia.
Perfetta, nel molo della moglie falsamente dolce ed ambiziosa, il soprano Loredana Arcuri e da menzionare nel breve inciso il portiere impersonato dal basso Gianluca Aliano.
Il successo, attribuito da un pubblico non accorso in massa, ma visibilmente divertito e partecipe, è stato caloroso e convinto. Così come con generosi applausi, rivolti alla memoria ma anche all'organizzazione ed agli autori dell'omaggio commemorativo, è stato salutata la succinta, pertinente introduzione di Lorenzo Viganò e l'interessante filmato, di circa mezz'ora,... il tuo Dino Buzzati montato frugando tra i materiali di lavoro di Buzzati e Chailly, da Floriana Chail­ly e Daniela Trastulli.

Andrea Merli 
 
L'Opera - Ottobre 2006

Nel panorama operistico di fine Ottocento, La Bohème si impone come un melodramma di moderna concezione. La forza innovativa emerge dal linguaggio discorsivo dei protagonisti, dalla rigorosa intelaiatura formale, dalle preziosità dell'armonia e dei timbri.
Oggi, il capolavoro di Puccini è al contrario una partitura quasi logorata dal consumo. L'ascolto inflazionato e le incrostazioni della tradizione esecutiva, impregnata di caccole veriste e sentimentalismo dolciastro, sembrano averne corroso la freschezza.
Viene da chiedersi: esiste un modo per ritrovare quella sensazione di modernità, per far rivivere la nuova sensibilità melodrammatica incastonata dal compositore in un sofisticato meccanismo teatrale? Per un teatro le strade da seguire sono almeno tre. La prima è quasi ovvia, per un'opera considerata un inno alla giovinezza: arruolare voci fresche, non ancora usurate dalla routine. Ma non è detto che il buon esito sia scontato. La seconda: affidare il restyling della partitura a un direttore che sappia il fatto suo. Ed è forse quella più importante, posto che la grandezza di Puccini è prima di tutto in orchestra. La terza prevede invece che la partita del riscatto di Bohème  dall'usura si giochi sul piano visivo. Anche perché l'originalità di una rappresentazione, di questi tempi, si manifesta soprattutto nella regia: l'unico aspetto di uno spettacolo dal quale siamo ancora disposti a lasciarci stupire.
Per non sbagliare, l'edizione andata in scena al Teatro Verdi per la Stagione Lirica di Padova, e realizzata in co-produzione con il Bassano Opera Festival, queste strade le ha seguite tutte e tre.
Partiamo dall'allestimento di Ivan Stefanutti, che ha voluto ambientare la vicenda nella Parigi fra le due guerre mondiali. Non so se si possa definire quest'idea originale o innovativa, ma è certo che lo spettacolo - di impianto realistico e tradizionale - è risultato suggestivo e gradevole. L'intento dichiarato era quello di evocare, attraverso un abile utilizzo degli effetti luce, le atmosfere dei film in bianco e nero di Marcel Carnè e Jean Vigo, di far muovere i bohémiens pucciniani nei bassifondi di una città avvolta dalla nebbia e dal mistero.
L'impressione ricevuta, tuttavia, è che Stefanutti si sia ispirato soprattutto alle immagini fotografiche di Brassai e al mondo dei clochard, delle coppiette e delle prostitute (tanto da citare la pingue battona Bijou, ingioiellata e truccatissima) ritratto in Paris de nuit. La stessa città pittoresca, e se vogliamo un po' stereotipata, dei pittori della domenica, dei monelli irridenti e dei vecchietti col basco e la baguette sotto il braccio, che ritroviamo negli scatti di un altro grande fotografo come Robert Doisneau. Una Parigi non dissimile da quella di Jacques Prévert e delle canzoni di Edith Piaf, dove, nonostante la malinconia, le inquietudini e i drammi esistenziali, la vita è comunque «en rose».
Altro tassello positivo di questa Bohème:  la direzione. Giampaolo Bisanti ha messo a fuoco la struttura a mosaico dell'opera, eliminando sdolcinatezze e sovrastrutture melense, senza per questo sacrificare la dimensione cantabile. Se i momenti brillanti e ironici sono stati affrontati con spigliatezza di tempi ed esuberanza di fraseggio, sul versante patetico e drammatico non c'era solo una estroversione appassionata. Nel terzo e soprattutto nel quarto quadro, Bisanti ha ottenuto dall'Orchestra Filarmonica Veneta «G. F. Malipiero» sonorità vaporose, estenuate, quasi impressionistiche, capaci di definire una umbratile sensibilità decadente e di collocare la partitura in un adeguato contesto protonovecentesco.
In questa doppia cornice, visiva e strumentale, la giovane compagnia di canto si è inserita con bella partecipazione scenica e qualche discontinuità nella resa vocale. Susanna Bianchini ha messo in luce un temperamento e una vocalità che non collimavano con la spontaneità e l'ingenua delicatezza di Mimì. Ha alternato colori scuri e qualche pienezza verista a emissioni in pianissimo, senza però trovare tinte inter­medie. Il suo timbro, inoltre, legava poco con quello chiaro e leggero di Alessandro Liberatore, un Rodolfo vocal­mente decoroso, ma portato a delineare genericamente il senso delle frasi.
Paola Di Gregorio è stata una Musetta poco spumeg­giante, non sempre fluida e levigata. Buono il Marcello di Franco Javier, un po' acerbo Donato Di Gioia come Schaunard, misurato e colloquiale Paolo Battaglia nel ruolo di Colline.
Funzionale il gruppo dei comprimari, composto da Franco Boscolo (Benoit), Christian Starinieri (Alcindoro e Sergente dei doganieri) e Tino Cecchele (Parpignol). Il pubblico ha riservato a tutti accoglienze molto calorose.

 
 
Gazzettino di Venezia - 4 Ottobre 2006

Dopo il successo dell'iniziativa "Sei Concerti per la Città", la Fenice - in collaborazione con il Comune - ripropone ai residenti un articolato calendario di 13 appuntamenti (12 concerti e una prova aperta de "La traviata") nel corso dell'attuale stagione: in media un appuntamento al mese tra ottobre 2006 e maggio 2007.I dodici concerti articolano programmi del principale ciclo sinfonico "Incontri" ad altri proposti in esclusiva per questa iniziativa. Eliahu Inbal, Ottavio Dantone, Bernhard Klee, Gerd Albrecht, Giampaolo Bisanti  , Ola Rudner, Carlo Tenan, Paolo Olmi e Antonio Manacorda, eseguiranno programmi musicali imperniati sulle sinfonie di Beethoven, Mahler, Brahms, Shubert, accompagnate da altre pagine del repertorio settecentesco, classico e contemporaneo, oltre a un oratorio di Salieri (La passione di Gesù Cristo) e lo Stabat Mater di Rossini. I residenti nel Comune di Venezia, a partire dal 4 ottobre, avranno la possibilità di acquistare i biglietti (posto unico numerato) al prezzo ridotto di 10 per i concerti sinfonici. Se poi decideranno di organizzarsi in gruppi (di almeno 10 persone) o di venire a teatro in famiglia (minimo tre persone), il costo del biglietto si ridurrà a 5 prezzo riservato anche agli studenti fino ai 26 anni ed agli anziani oltre i 60 anni. Per meglio accedere ai concerti sarà data dalla possibilità di ritirare nelle sei Municipalità un tagliando di prelazione per un posto privilegiato di platea o di palco centrale (fino ad esaurimento dei posti riservati), da utilizzare in biglietteria al momento dell'acquisto del biglietto. Le biglietterie abilitate alla vendita dei biglietti a riduzione sono tre: quella del Teatro La Fenice (a San Fantin, aperta tutti i giorni dalle 9.30 alle 18.30), quella di Hello Venezia (a Piazzale Roma) aperta tutti i giorni dalle 8.30 alle 18.30 e quella del Centro Vesta di Mestyre (in via Cappuccina) aperta dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16 e il sabato dalle 8.30 alle 13. Sarà sufficiente presentarsi muniti di una carta d'identità che testimoni la residenza (per la riduzione famiglie servirà anche un'autocertificazione di appartenenza al medesimo nucleo familiare; per la riduzione gruppi sarà invece necessario prenotarsi preventivamente via fax allo 041 786580 o via e-mail a promo.boxoffice@teatrolafenice.org). Per la prova aperta de La traviata, invece, il singolo biglietto costerà 15, la riduzione famiglia 30 ed 10 anziani, studenti e gruppi. Queste le date: Eliahu Inbal, domenica 15 ottobre alle ore 17; Ottavio Dantone, domenica 12 novembre alle ore 17; Bernhard Klee, sabato 2 e domenica 3 dicembre alle ore 17; Gerd Albrecht, sabato 9 dicembre 2006 ore 17,00; Giampaolo Bisanti  , sabato 16 dicembre alle ore 20; Ola Rudner, domenica 28 gennaio 2007 alle ore 17; Carlo Tenan, sabato 24 e domenica 25 febbraio alle ore 17; Paolo Olmi, Teatro Malibran, giovedì 29 marzo alle ore 20; Antonio Manacorda, mercoledì 23 e giovedì 24 maggio 2007 alle ore 20. La prova aperta de "La traviata" si terrà invece giovedì 19 aprile alle ore 15.30.

 
 
Corriere del teatro - Ottobre 2006 - La Bohème - Pala Bassano - 25 agosto 2006 - Recensione di G. Mion

A fine agosto, quale conclusione di un'estate particolarmente fertile di appuntamenti d'ogni tipo (musica sinfonica, cameristica e jazz, danza, teatro e cinema) distribuiti per mezzo Veneto, ma con epicentro naturale in Bassano, quella formidabile macchina da guerra che risponde al nome di Opera Estate Festival ha messo in cantiere una edizione de La bohème che nulla aveva da invidiare a più blasonate produzioni, e che per fortuna è destinata ad gettare l'ancora anche in varie sale della regione (successivi appuntamenti a Jesolo e Padova, poi si arriverà nell'anno nuovo a Rovigo e Trento). Protagonisti principali del capolavoro pucciniano un'orchestra sempre più autorevole - la Filarmonia Veneta, coproduttrice del progetto - ed un giovane direttore che sta proiettando la sua carriera verso mete sempre più importanti, cioè Giampaolo Bisanti: insieme hanno realizzato per il capolavoro pucciniano un tappeto sonoro lussureggiante, mediante un lavoro finissimo di concertazione che ha dispensato esiti di rara bellezza. Stacchi energici e precisi, raffinatezze strumentali a piene mani, un suono sempre vibrante e pieno, in una visione complessiva efficacissima che richiamava subito alla memoria - nota positiva per una bacchetta ancor fresca - la sicurezza di certi grandi maestri dal gesto inconfondibile quali Erede, Serafm, Gavazzeni. Né può passare in secondo piano l'apporto basilare di Ivan Stefanutti, creatore di una scenografia perfetta ed elegante, e di indovinati abiti che proiettavano la vicenda più vicino a noi, negli anni Quaranta del secolo scorso (Rodolfo butta giù il suo articolo su una vecchia macchina da scrivere) richiamando con garbo il cinema in b/n di Marcel Carnè e Vittorio De Sica. In più, Stefanutti ha saputo ideare una regia meticolosa e trascinante, che accompagnava in maniera naturalistica e spontanea l'azione dei personaggi. Gli interpreti: Susanna Branchini era una Mimi a due facce, palesemente incapace di esprimere il dolce e melanconico sognare della tenera ricamatrice del primo atto a causa di un canto brusco e troppo concitato, ma in grado di indovinare l'esatto registro per le due grandi scene - il dialogo con Rodolfo alla barriera d'Enfer e quella della sua morte -dove la sua forte tempra drammatica trovava piena realizzazione. La voce di Alessandro Libratore è un po' piccina, specie per uno spazio così vasto, ma nondimeno molto bella e ben timbrata, ed aggraziato il fraseggiare, cosi che il suo Rodolfo ha saputo conquistare tutti. Cosa che invece non è riuscita alla debole Musetta di Paola di Gregorio, poco convincente in ogni senso, sia per la povertà scenica che per una certa inespressività vocale. Molto funzionale il manipolo degli amici bohémìens  di Rodolfo, e cioè il Marcello di Marco di Felice, lo Schaunard di Donato di Gioia, il Colline dello statuario Paolo Battaglia. Benoit era il bravo Franco Boscolo, Alcindoro Christian Stannieri; illustre comparsata di Orfeo Zanetti nelle vesti di Parpignol. Positiva presenza del Coro del Teatro Verdi di Padova, preparato da Ubaldo Composta.

 
 
L'Opera - Giugno 2006
 
Corriere del teatro n. 4 - 2006 - Documento originale della recensione
 

Corriere del teatro 2006 - "Cavalleria Rusticana" e "Pagliacci" - Recensione di G. Mion: Documento originale della recensione

 
Corriere del teatro - Marzo 2006: Documento originale della recensione - biografia sul "Corriere del Teatro" di Marzo 2006
 
L'Opera - Novembre 2005

"..Sul podio dell'Orchestra Filarmonia Veneta "G.F. Malipiero", Giampaolo Maria Bisanti ha avallato rallentamenti, "indugiando" di tradizione, e non ha rinunciato in alcuni momenti all'enfasi strumentale. Lo ha fatto però con buon gusto, senza cadere nella retorica di basso profilo e senza perdere di vista all'occorrenza le dinamiche attutite, le sfumature, il legato. Ha ottenuto, in altre parole, un equilibrio tra incandescenza e lirismo."

 
La Musica della Filarmonia inaugura con successo il Festival "CANTELLI"

Ennesima trasferta di grande successo, quella dell’Orchestra Filarmonia Veneta “G.F.Malipiero” al Teatro Coccia di Novara, dove mercoledì 16 novembre la compagine trevigiana ha inaugurato la sedicesima edizione del “Festival Cantelli”.
E’ stato infatti un concerto da ricordare, tanto per l’attento pubblico piemontese quanto per i professori dell’orchestra, quello che la Filarmonia ha proposto alle oltre seicento persone che hanno gremito l’accogliente teatro novarese. Concerto che il direttore artistico della Filarmonia, Giampaolo Maria Bisanti, per l’occasione nuovamente sul podio, ha scelto di dedicare interamente ai grandi autori del classicismo, eseguendo l'ouverture dalla mozartiana "Clemenza di Tito", la sinfonia n. 104 "London" di Franz Joseph Haydn e la Sinfonia n. 3, "Eroica", di Ludwig van Beethoven.
Un programma eseguito con grande sensibilità ed entusiasmo dai musicisti trevigiani - per la prima volta ospiti della prestigiosa rassegna internazionale per orchestre dedicate all’indimenticato allievo di Toscanini prematuramente scomparso - e accolto calorosamente dal pubblico novarese, che ha lungamente applaudito l’orchestra “costringendola” a bissare l’ultimo tempo dell’”Eroica”, nonostante l’impegnativo programma non prevedesse bis al termine di un’intensa ora e mezza di musica.
All’insegna di un’ennesima stagione molto impegnativa e della grande varietà di programmi proposti dall’orchestra, venerdì 18 novembre la Filarmonia sarà nuovamente all’opera nel Veneto, al Teatro Sociale di Rovigo, per eseguire “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo.

 
Dallo Zecchino d'Oro al podio di ...

Dallo Zecchino d'Oro al podio di orchestre internazionali: questa in estrema sintesi la lunga storia musicale di Giampaolo Maria Bisanti . Dopo il fortunato ciclo di concerti di metà agosto in varie località venete, il maestro è ora indaffarato nelle prove di "Cavalleria Rusticana" e "Pagliacci" (dittico che debutterà a Bassano il 26 agosto). Ma il giovane e talentuoso direttore artistico dell'Orchestra FIlarmonia Veneta, Giampaolo Maria Bisanti , trova come sempre il tempo per intrattenersi con i professori dell'orchestra e raccontare un particolare inedito della sua lunga storia musicale.Il suo debutto in pubblico è avvenuto nelle vesti di giovane, giovanissimo cantante quando nel 1976 (aveva quattro anni) partecipò allo Zecchino d'Oro classificandosi al secondo posto ("Zecchino d'Argento") con una di quelle canzoni che in molti ricorderanno: "Riccardo Cuor di Leopardo", raccontando di come il suo eroe era capace di inventare mille scuse per non partire per le Crociate, evidente antitesi dell'impavido Riccardo Cuor di Leone.
Gustoso dettaglio dell'avvio della vita artistica di un bambino, primo di undici fratelli - quattro dei quali ora musicisti - che poco più tardi iniziò a studiare il clarinetto, diplomandosi brillantemente ancora giovanissimo, per poi iniziare la faticosa ma anche per lui particolarmente fortunata "scalata al podio"."Quando partecipai allo Zecchino d'Oro, ricorda il Maestro, avevo già ben chiaro che da grande avrei fatto il direttore d'orchestra. Di solito quei sogni sono destinati a svanire con l'età, invece, nel mio caso....".
Milanese, nato nel 1972, Giampaolo Maria Bisanti ha intrapreso giovanissimo gli studi presso il Conservatorio di Musica G. Verdi di Milano in clarinetto, pianoforte, composizione e successivamente in direzione d'orchestra diplomandosi nel 1997 con il massimo dei voti. Parallelamente ha frequenta il Corso Triennale di Alto Perfezionamento in direzione d'orchestra presso l'Accademia Musicale Pescarese diplomandosi nel 1995 sempre con il massimo dei voti.

 
Opera Click (agosto 2004) (Nabucco Bassano del Grappa)

“ Bella, misurata e priva di retorica la direzione di Giampaolo Bisanti, giovane dal gesto elegante, che ha equilibrato bene l’orchestra col palcoscenico incredibilmente felice……”

 
Il Gazzettino (agosto 2004) (Nabucco Bassano del Grappa)

“ Giampaolo Bisanti ha diretto l’orchestraFilarmonia Veneta con precisione e competenza, lasciando libero spazio alle voci, com’è strettamente necessario in un’opera come questa. Sotto la sua guida il successo di Nabucco è stato pieno e caloroso.Superlativo “Nabucco” al Palabassano”

 
Il Messaggero Veneto (agosto 2004) (Concerto della Pace a Medea)

“ Pagine di Cjaikovskij e Beethoven ben dirette da Bisanti……
l’Orchestra Internazionale di Sarajevo ben affiatata e preparata in ogni sezione diretta con gesto chiaro ed eloquente e con partecipe musicalità e comunicativa dal maestro Bisanti”.

 

Il Mattino di Padova (30.12.2003) (Traviata-Bassano)

“Altra menzione di merito va al poco più che trentenne Giampaolo Bisanti che dirige con lucidità e leggerezza, senza mai eccedere nel pathos, una Filarmonia Veneta ricca di sfumature, a suo perfetto agio tra le pagine verdiane”.

 

Il Giornale di Vicenza (30.12.2003) (Traviata-Bassano)

“Il giovane direttore Giampaolo Bisanti, alla sua prima Traviata, ne ha dato una lettura emozionante, di raffinata psicologia. Ha condotto l’Orchestra Filarmonia Veneta , il Coro del Teatro Verdi di Padova ed i protagonisti in insiemi ed assoli, dall’esplosione amorosa e lieta d’inizio, al tragico finale. Ha suscitato la subitanea attenzione dei presenti nell’ouverture, ne ha smosso le corde segrete del sentire nel preludio dell’ultimo atto………”.

 

L’Opera (novembre 2003) (Don Pasquale-Spoleto,Mauro Mariani)

“…..la formazione di quest’anno è apparsa particolarmente buona, anche perché ha incontrato direttori capaci sia di spronarla sia di tirare le redini, come Giampaolo Bisanti, che ama le sensazioni forti in fatto di ritmi e sonorità ma sa anche concedersi delle pause al momento opportuno e soprattutto rispetta le voci”.

La Tribuna di Treviso (14.08.2003) (Madama Butterfly-Treviso)

“ Bisanti, 31 anni, è una giovane promessa, già con felici riconoscimenti alle spalle, dalla tecnica impeccabile e dalla solida gestione dell’orchestra e dei suoi rapporti con le voci, che proprio nel repertorio lirico ha trovato una strada elettiva”.

Il Gazzettino di Treviso (14.08.2003) (Madama Butterfly-Treviso)

“ Una lettura improntata al grande rispetto per le voci, quella del trentenne Giampaolo Maria Bisanti, che ha saputo prima addomesticare le sonorità della partitura per poi scatenarle al momento opportuno con mano corretta e via via più partecipe”.

Giornale di Vicenza (05.11.2002)(Barbiere di Siviglia-Bassano del Grappa)

“ …Giampaolo Bisanti che propone del Barbiere di Siviglia una lettura stringente e ricca di colori, sbalzata con adeguata vivacità ritmica, ricca dello scatto espressivo che la partitura regala quando l’azione innesca il comico……l’Orchestra Filarmonia Veneta ha seguito il giovane direttore con apprezzabile e crescente efficacia, trovando le sfumature dinamiche necessarie al fraseggio impostato da Bisanti, che è suadente nelle aperture sentimentali, ma soprattutto asciutto e netto nel pieno dell’ironia giocosa”.

Il Giornale di Vicenza ( 02.11.2002) (Barbiere di Siviglia- Bassano del Grappa)

“ Giampaolo Bisanti ha diretto l’Orchestra Filarmonia Veneta in modo trasparente, ma non superficiale, con giusto colorito, rivelando a monte attente ricerche ed annotazioni nei confronti della partitura”.

 

La Nuova Ferrara (21.10.2002) (Britten-Rameau)

“….Passione, ira, furore, orrore e disperazione si susseguono nell’interpretazione incalzante del direttore Giampaolo Bisanti”.

Giornale di Vicenza ( 20.07.2002) (Bassano del Grappa sinfonico)

“ Di questa diseguale ma anche affascinante opera prima ha dato conto con apprezzabile “devozione” verdiana il giovane direttore Giampaolo Maria Bisanti, che ha ottenuto dall’orchestra Filarmonia Veneta interessante smalto e buona precisione, e si è inoltrato nella partitura con grande duttilità espressiva. Così, fra abbandoni lirici, meditazioni patetiche e accensioni cabalettistiche, la sua lettura è risultata molto mobile sul piano dei tempi, dinamicamente chiaroscurata , attenta stilisticamente, in grado di sottolineare sia l’originalità del pensiero creativo di Verdi che i suoi ancora evidenti rapporti con la maniera donizettiana e belliniana”.

 

Corriere del Teatro (novembre 2001) (Oberto Conte di San Bonifacio- Bassano del Grappa)

“Non si può infine che lodare la validissima concertazione di Giampaolo Maria Bisanti, a capo della brava Filarmonia Veneta; il giovane direttore, preciso e sicuro, ha staccato tempi giustamente irruenti, ove Verdi li richiedeva, senza cadere nel languore durante i pochi squarci lirici. L’Oberto che ne è scaturito possedeva così il giusto rilievo drammatico, senza un momento di noia, senza un momento di routine…..”.

Giornale di Vicenza (luglio 2001) (Oberto Conte di San Bonifacio- Bassano del Grappa)

“ …Giampaolo Bisanti che propone del Barbiere di Siviglia una lettura stringente e ricca di colori, sbalzata con adeguata vivacità ritmica, ricca dello scatto espressivo che la partitura regala quando l’azione innesca il comico……l’Orchestra Filarmonia Veneta ha seguito il giovane direttore con apprezzabile e crescente efficacia, trovando le sfumature dinamiche necessarie al fraseggio impostato da Bisanti, che è suadente nelle aperture sentimentali, ma soprattutto asciutto e netto nel pieno dell’ironia giocosa”.

L’Opera (dicembre 2000) (Bohème- Teatro Fraschini)
“…il direttore Bisanti, bacchetta sensibile sul piano interpretativo…”.
L’Opera (novembre 2000) (Oberto Conte di San Bonifacio- Spoleto)

“Giampaolo Bisanti…ha molto ben impressionato per i tempi serrati e i colori corruschi impressi a questo Verdi esordiente: questo ventottenne ha la stoffa del direttore verdiano”.

Vinile.com ( 04.11.2000) (Oberto Conte di San Bonifacio- Spoleto)
“ ….lode alla direzione del giovane Giampaolo Bisanti, protagonista indiscusso della serata….”.
Il Ti.Po (10.10.2000) (Bohème- Teatro Fraschini)

“ La Bohème diretta da Giampaolo Bisanti è stata ricca di momenti di pathos che, già nella partitura pucciniana, hanno il loro culmine al termine del secondo atto e nel finale dell’opera”.

 

Il Cittadino (05.10.2000) (Rina Sala Gallo Monza)
“ Molto buona la collaborazione dell’orchestra e vitalissima la direzione di Giampaolo Bisanti, sempre attento e puntuale”.
Il Tempo (28.09.2000) (Oberto Conte di San Bonifacio- Spoleto)
“ Molto bene lo spettacolo…affidato alla concertazione e direzione dell’impeccabile Giampaolo Bisanti….”.
La Nazione (26.09.2000) (Oberto Conte di San Bonifacio- Spoleto)

“ …Giampaolo Bisanti, ventotto anni appena che si dileguano in un batter d’occhi di fronte alla maturità di gesto e di autorevolezza. Davvero un direttore d’applausi, in grado di reggere le briglie di un organico notevole…”.

 

Corriere dell’Umbria (15.08.2000) (Spoleto sinfonico)

“…diretto da Giampaolo Bisanti ventisettenne direttore d’orchestra milanese che brillantemente ha retto le redini della formazione orchestrale….”.

Corriere della Sera ( ottobre 1997) (Angelo Foletto) (Donizetti, La Lettera Anonima-Teatro Alla Scala)

“Il lavoro musicale di Giampaolo Bisanti, che ha diretto con fervore l’orchestra del Conservatorio, costruendo un’intesa in graduale affinamento con il palcoscenico”.