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Musica Progetto - 29
Gennaio 2012 -
Shohat, Ravel e Mendelssohn al Teatro Dal
Verme
Un interessante e piacevole concerto con gli ottimi solisti Silvia Chiesa e Timothy
Sharp e la mirabile bacchetta di Giampaolo Bisanti.
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Un
programma non consueto, e davvero interessante, quello proposto questa settimana (giovedì 26 e
sabato 28 gennaio 2012) al Teatro Dal Verme di Milano, che ha visto protagonisti l’Orchestra de “I
Pomeriggi Musicali”, diretta da Giampaolo Bisanti, e i solisti Silvia Chiesa (violoncello) e
Timothy Sharp (baritono).
Pensato per celebrare il “Giorno della Memoria”, e dunque dedicato alle diverse
espressioni dell’ebraismo in musica, il concerto presentava in apertura un brano in prima
esecuzione assoluta in Italia: il Concerto per
violoncello e orchestra del giovanissimo compositore israeliano Gil Shohat, classe
1973.
Composto nel 2000 per il violoncellista Gary Hoffman, il Concerto, contrariamente alle aspettative, esibisce una
scrittura musicale molto tradizionale, facendo pensare a un concerto “tardo-romantico” e non
contemporaneo. Gil Shohat dimostra una profonda attenzione alle caratteristiche tecniche e
timbriche del violoncello e, allo stesso tempo, una ricerca approfondita dell’insieme. Lo
strumento solista è, dunque, da un lato in primo piano, con le sue possibilità espressive e
melodiche; dall’altro, in un grande e costante equilibrio con la compagine orchestrale.
Caratteristiche ottimamente messe in evidenza dalla raffinata violoncellista Silvia Chiesa:
un’esecuzione, la sua, appassionata e partecipe, che ha evidenziato le sue straordinarie doti
tecniche di solista, la sensibilità musicale, la bellezza e profondità del suo
suono.
Dopo
Shohat, Ravel, con Chanson Hébraïque per voce e
orchestra e Deux Mélodies hébraiques per voce e orchestra: il primo brano, molto breve, fu inserito
da Ravel all’interno del ciclo Chants populaires del
1910 e orchestrato, successivamente da Maurice Delage. La versione per orchestra delle Deux Mélodies hébraiques, composte nel 1914, è invece dello
stesso compositore; la prima di queste due melodie è il kaddish, ossia una preghiera per i defunti, declamata in un
misto di ebraico e aramaico; la seconda, è la traduzione francese di un testo yddish anonimo intitolatoL’enigma eterno. L’esecuzione di questi splendidi brani di
Ravel ha visto un eccellente Timothy Sharp, baritono dalla voce calda e
intensa.
Infine, in chiusura la Sinfonia n. 8 in re
maggiore per archi, Mwv n. 8, composizione giovanile (1822) di Felix Mendelssohn Bartholdy,
che risente indubbiamente degli “influssi” di Bach e Haydn ma presenta già uno stile personale.
Grande rilievo nell’Adagio centrale è dato alle viole
con una scrittura contrappuntistica densa e che mette in rilievo il meraviglioso timbro dello
strumento.
Decisamente buona l’esecuzione dell’Orchestra, ma un merito particolare va al giovane
direttore Giampaolo Bisanti, che ha egregiamente
guidato la formazione, con grande cura e attenzione ai particolari, evidenziando, nonostante la
giovane età, un carisma e delle doti davvero notevoli.
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Adriana
Benignetti
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Rigoletto - Jesi,
Teatro Pergolesi - Novembre 2011
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Conductor Giampaolo
Bisanti and violinist Ju-Young Baek deliver at Symphony Silicon
Valley
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The 2011-12 season is shaping up as a landmark for
Symphony Silicon Valley. After last month's dazzling presentation of Holst's "The Planets,"
the orchestra returned to the California Theatre Saturday night with dynamic, vivacious
performances of music by Stravinsky and Beethoven.
The program -- second in the orchestra's 10th anniversary season -- included Stravinsky's 1947
suite from his 1910-11 ballet score "Petrushka," and Beethoven's Violin Concerto in D major with
Ju-Young Baek as soloist. Saturday's event was repeated Sunday afternoon.
Much praise goes to guest conductor Giampaolo Bisanti, making his second appearance with the
symphony. (This orchestra functions without a permanent music director and employs guest conductors
throughout the year.) Bisanti made his debut here in December 2010, and was quickly engaged for
this return; Saturday, he made good on his initial promise and then some. The Milan native,
principal conductor of that city's Mozart Orchestra since 1995, is a forceful, charismatic
presence; he imparted considerable verve and insight to each work.
"Petrushka," which opened the concert, offered a shining example. Stravinsky's score, the second of
three composed for Serge Diaghilev's Ballets Russes, poses myriad challenges, but Bisanti launched
into the opening "Shrove-tide Fair" with brio and swagger, forging ahead fearlessly and
demonstrating a thorough understanding of the music's architecture. Throughout the
bustling carnival scene, the orchestra delivered crisp, vigorous playing, the strings producing a
warm, unified sound and the woodwinds fluttering alluringly. The brass, low strings and percussion
brought a dark palette of shadows into the mix.
The rest of the suite was just as arresting. The inner scenes, depicting the showdown between two
of the ballet's three puppet characters, Petrushka and the Moor, were mordantly etched; if
Bisanti's aim was to conjure the ballet's visual imagery, he did an excellent job. The extended
final tableau was also well shaped, with its rich harmonies, Russian folk tunes and bits of
Viennese waltzes coming across in big-boned, rhythmically propulsive statements. The sterling
soloists included flutist Michelle Calmotto, trumpeter James Dooley, concertmaster Robin Mayforth
and bassoonist Deborah Kramer.
After intermission, Baek joined the orchestra in Beethoven's Violin Concerto. She is clearly a
favorite with the audience, having performed concertos here in past season by Sibelius, Piazzolla
and Brahms, and an elegant, assured soloist. Her aristocratic approach to Beethoven's concerto
provided a cool contrast to Bisanti's fervent style. The combination was especially effective in
the concerto's outer movements, with Bisanti drawing an expansive, aptly heroic sound from the
ensemble. Baek played with sweet yet slightly terse tones, savoring Beethoven's long arioso
melodies and negotiating the fleet, folk-tinged passagework with agility. The central Larghetto was
pure spun gold. Bisanti supplied a cushion of lush strings and burnished brass, and Baek sailed
through the movement with beauty, delicacy and smooth, creamy legato.
She returned for a single encore, a luxuriant account of Vittorio Monti's "Czardas," playing with a
generous, velvety tone. Bisanti whipped up a small storm of orchestral sound. Traditionally, this
work is considered something of a trifle, but in this pair's hands, it sounded like serious
music.
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Georgia Rowe - Mercury
News
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Beethoven epico e
nobile - Auditorium Giampaolo Bisanti sul podio per l' Orchestra di
Roma e del Lazio
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Da pochissimi giorni ha finalmente riaperto i battenti l'
Orchestra di Roma e del Lazio, sorretta dalla Fondazione Ottavio Ziino. Da giugno a dicembre
di quest' anno il cartellone annovera otto programmi con una cinquantina di concerti tra la
capitale, ove l' orchestra ha la sua sede e si esibisce alla Sala Sinopoli dell' Auditorium
Parco della Musica, e vari centri della regione. Ne è presidente e direttore artistico
Agostino Ziino che l' altra sera, in occasione del concerto beethoveniano condotto da
Giampaolo Bisanti, ci ha dichiarato: «È stato un miracolo riuscire a ottenere la fiducia
delle istituzioni pubbliche, in primis della regione e del ministero dei Beni culturali. L'
organico dell' orchestra è di 37 strumentisti, tutti con contratto a tempo indeterminato.
Torniamo a far parte del novero delle istituzioni concertistico-orchestrali: tredici in
Italia». Esordiente a Roma, Giampaolo Bisanti, poco più che trentenne, vincitore del concorso
Mitropoulos, ha destato un' impressione molto favorevole per la chiarezza del suo porgere la
musica e l' efficacia della gestualità sin dall' iniziale ouverture «Coriolano» ove ha dato
risalto alla dialettica tra un' idea epica, anche corrusca, e il nobile lirismo di un' altra
immagine di questo personaggio storico. Al centro del programma c' era «Ah,perfido», celebre
pagina composta da Beethoven a Praga per Josepha Duschek, nota interprete mozartiana. Nella
tensione drammatica e nell' eloquenza di questa ampia scena ed aria Francesca Gavarini,
soprano romano già distintosi a Santa Cecilia, ha mostrato di ben possedere nelle sue corde
l' opportuno piglio declamatorio ed una acconcia vena espressiva, specialmente nell' accorata
conclusione «per pietà, non dirmi addio!».
Nell' esecuzione della Sinfonia n° 1 in do maggiore, riconducibile alla temperie del classicismo
viennese, Bisanti ha dato una notevole evidenza a certi aspetti che per lo più sfuggono all'
ascolto tradizionale come la varietà degli scatti ritmici nell' Allegro iniziale, l' incedere
danzante del Minuetto, la brillantezza teatrale dell' ultimo movimento. Successo vivissimo,
reiterati applausi. Seguono quattro repliche nel Lazio.
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Luigi
Bellingardi - RIPRODUZIONE RISERVATA - Corriere della Sera
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Orphie & Eurydice
- Gluck/ Bisanti/ Teatro Comunale di Bologna
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Opting for the French-language version of Orpheus, David
Alagna was faced with the task of achieving an appropriately subtle adaptation. In a plot
transposed to the present day, Eurydice dies in a car accident on the day of her wedding and
Orpheus's quest for his beloved is a dream beginning and ending at the cemetery. No happy
ending in this interpretation, but a new approach to characterisation:Amore, sung by a
baritone, becomes a funeral parlour employee and Orpheus' guide. Orpheus, of course, loses
his loved one forever by turning to look back. World famous tenor Roberto Alagna throws
himself body and soul into this production. His incredible vitality, flawless timbre and
diction make him a great Orpheus. His partner, young Italian soprano Serena Gamberoni, is
simply stunning as Eurydice, while French baritone Marc Barrard is suitably terrifying as the
guide to the Underworld. The orchestra is conducted by Giampaolo Bisanti, who masterfully
brings out all Gluck's poetry, romantic melancholy and depth.
A co-production with the Montpellier Opera.
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Clicca qui per visionare la produzione in DVD e Blue Ray
dell'Opera.
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La Traviata - Teatro San Carlo
di Napoli - Documenti originali delle recensioni
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La recensione di Lucio
Tufano - La Traviata
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Traviata
è un’opera capace di mettere tutti d’accordo. Piace ai melomani più raffinati, ma allo stesso tempo
arriva dritta al cuore del grande pubblico, che segue con il groppo alla gola le vicende della
protagonista e si commuove di fronte al suo gesto sublime: la rinunzia all’amore come estremo atto
d’amore. Al San Carlo di Napoli la creazione verdiana ha registrato il tutto esaurito anche alla
sesta rappresentazione (quella vista da chi scrive), nella quale i tre ruoli principali erano
affidati a EkaterinaSadovnikova (Violetta ‘alternativa’ a Irina Lungu, interprete della
prima), Gianluca Terranova (Alfredo) e Simone Piazzola (Giorgio Germont ‘in seconda’
rispetto al titolare Dario Solari). Giovane soprano russo, la Sadovnikova possiede un’intonazione
precisa e una notevole agilità, ma ha una voce dal volume decisamente limitato, priva dello
spessore – sonoro e drammatico – necessario alla protagonista. Più convincente la prova di
Terranova, dotato di bel timbro e buona presenza scenica, che però non è sempre riuscito a
centrare, nella gestualità e nella recitazione, il carattere di Alfredo. Assai promettente è il
venticinquenne Piazzola, a proprio agio nei panni di un personaggio complesso e impegnativo come il
vecchio Germont. Rispettosa e appassionata insieme è risultata la direzione di Giampaolo Maria
Bisanti, che ha tratteggiato suggestive atmosfere strumentali (come nell’avvio dell’atto terzo) e
ha conferito all’intera performance un ritmo nitido e coeso. Ma a caratterizzare
l’allestimento partenopeo è stata soprattutto l’invenzione scenografica di Josef Svoboda
(1920-2001), qui ripresa dal regista HenningBrockhaus. Un’enorme parete-specchio resta inclinata in
modo da formare un angolo di sessanta gradi rispetto al piano della scena. Teli dipinti distesi a
terra come tappeti si riflettono a mo’ di fondali alle spalle degli attori, che dunque si lasciano
osservare da un duplice punto di vista: sia secondo la prospettiva ‘orizzontale’ consueta, sia
dall’alto mentre si aggirano sul/nel pavimento/scenografia. Lo sdoppiamento suggerisce
l’opportunità di andare oltre l’apparenza e di cogliere la vera natura del mondo frivolo
genialmente evocato dalla musica di Verdi; l’artificio produce inoltre un continuo spiazzamento
visivo e percettivo, nel quale la moltiplicazione dei gesti si accompagna alla diffrazione dei
significati drammatici. I tappeti-fondali fissano l’atmosfera di ciascun segmento rappresentativo:
durante l’esecuzione della sinfonia, lo specchio rimanda l’immagine di un sipario abbassato, al
centro del quale una fenice allude scopertamente al debutto veneziano della partitura nel 1853; nel
primo atto lo status di Violetta viene evocato – un po’ brutalmente – con immagini di
prostitute disegnate nello stile delle stampe popolari; nel secondo, a una casa di campagna
seguono, nell’ordine, un prato fiorito (quando Germont intona «Pura sì come un angelo»), nuove
figure di meretricio (quando Alfredo legge la lettera con la quale Violetta gli annuncia di voler
tornare alla sua vecchia vita) e infine simboli sparsi di lussuosa mondanità (per il secondo
quadro, con la festa in casa di Flora); nel terzo atto il pavimento nudo certifica il dissolversi
di ogni illusione nell’imminenza dell’epilogo. Con una trovata di notevole impatto, negli ultimi
momenti della vicenda e della rappresentazione, lo specchio viene issato fino a raggiungere una
posizione perfettamente ortogonale rispetto al piano della scena; in tal modo esso riflette
l’insieme degli spettatori presenti in sala, che si trovano ad ‘accerchiare’ l’agonia e la morte di
Violetta. La tragica fine della traviata si impone dunque allo sguardo del pubblico senza
mediazioni né edulcorazioni, acquistando un’evidenza scabra e dolorosa.
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Visto il 21/04/2010 a Napoli
- Teatro San Carlo
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| Fuoriclasse Evergreen |
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Settantotto anni di sfolgorante carriera in due, nel corso della quale,
accompagnati dai migliori direttori d’orchestra, hanno sempre riscosso successi trionfali
nei più prestigiosi teatri d’opera di tutto il mondo. Stiamo parlando del soprano Mariella
Devia e del baritono Leo Nucci, accorsi generosamente al capezzale del grande malato, il
Teatro Carlo Felice, offrendo a titolo gratuito le loro prestazioni, in due distinti
concerti nell’ambito del ciclo “Voci per un grande Teatro”, che alla luce di quanto si è
sentito sarebbe stato più appropriato nomarlo “Grandi Voci per un grande Teatro”. Infatti
dopo le splendide performances di Roberto Scandiuzzi e Marcello Giordani, i concerti ai
quali abbiamo assistito, saranno ricordati nel tempo, con il teatro gremito e col pubblico,
al termine, in piedi, ad omaggiare meritatamente questi autentici fuoriclasse. Soave,
tremendamente perfetta, come sempre, Mariella Devia, ha estasiato la platea con un repertorio
belcantistico di sicuro effetto, spaziando con estrema sicurezza da pagine sublimi di
Bellini, Donizetti , Rossini e Mozart. Al concerto partecipava anche il mezzosoprano Elena
Belfiore, anch’essa oggetto di calorosi applausi. La direzione dell’orchestra (in un’ottimo
stato di grazia) era affidata a Giampaolo Bisanti, pienamente all’altezza della situazione.
L’ultimo concerto, prima del rompete le righe estivo, vedeva sul palcoscenico il baritono
Leo Nucci: splendida voce, nobile, autorevole che ha esaltato immortali pagine verdiane
tratte dal Don Carlo, Un ballo in maschera, Luisa Miller e Nabucco, donando al pubblico
sensazioni fortissime. La generosità e la simpatia di questo “ragazzo con quarantadue anni
di carriera alle spalle”, lo portava, al termine dell’impegnativo concerto, a concedere bis,
coinvolgendo addirittura il pubblico, in una simpatica, quanto inconsueta situazione
canora. Ad un’autorevole direzione d’orchestra di Marco Zambelli, faceva eco le superba
prova del Coro, ottimamente preparato da Ciro Visco. In mezzo a tanta magia, l’unica nota
stonata, stonatissima veniva dal prolungato suono di telefoni cellulari durante i concerti,
ma questo sembra che sia la nuova realtà, di qui mi sia concesso prendere a prestito
dall’Andrea Chenier: “tal dei tempi è il
costume...".
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| Gianni
Bartalini |
| 03/04/2009 - Una Grande prova del
giovane direttore al Teatro Comunale di Modena |
| Ernani: Ottima concertazione di Giampaolo
Bisanti |
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Continua la stagione lirica al
Teatro Comunale di Modena con Ernani di Giuseppe Verdi. L’opera è affidata alla regia di
Massimo Gasparon che è anche autore di scene e costumi. Si tratta di un nuovo allestimento
coprodotto dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena insieme ai teatri di Piacenza e Reggio
Emilia.
Il lato migliore della serata viene dalla buca orchestrale ottimamente
diretta dal giovane Giampaolo Bisanti che tiene saldamente in pugno l’orchestra regionale
dell’Emilia Romagna ottenendo sonorità corrusche e sanguigne ma sempre ammantate di una chiara e
intellegibile nitidezza musicale. Ottimo anche il rapporto dinamico fra orchestra e voci. Ci
saremmo aspettati di più dal coro del Teatro Municipale di Piacenza che, pur supportato dall’ottima
concertazione di Bisanti, è risultato sempre sotto tono dal punto di vista espressivo e privo
della necessaria potenza e amalgama. La messa in scena di Gasparon ha
una certa eleganza, ma risulta generica e troppo statica. Il coro e le comparse si limitano
ad entrare ed uscire, mentre i cantanti non eccellono per originalità nell’impostazione
recitativa. Le scene accennano ad un’ampia architettura, mentre i costumi di impianto
classico risultano generici e eccessivamente appiattiti su tinte uniformi.
Buona la compagnia di canto per un’opera notoriamente ostica per tutte
le voci. Su tutti spicca il Silva di Giacomo Prestia che delinea un personaggio formidabile per
doti vocali e accenti. Voce piena e tonda, sicura sia nelle note acute che in quelle gravi.
Fraseggiatore di razza, il cantante ci regala anche una prova maiuscola di interpretazione, con
sguardi taglienti uniti ad una recitazione sobria ed efficace, ricevendo giustamente a fine serata
un tripudio di applausi da parte del pubblico. Buono anche il Carlo V di Luca Salsi anche se
l’interpretazione andrebbe approfondita ulteriormente per risultare convincente. Brava e
appassionata Amarilli Nizza come Elvira: affronta con sicurezza vocale la sua parte, ma rimane un
po’ al di fuori del personaggio romantico di Elvira da cui avremmo voluto più slancio ed enfasi. Lo
stesso dicasi per l’Ernani di Renzo Zulian che pur cantando correttamente non arriva mai a
delineare il personaggio, a rendere questo bandito credibile sulla scena. Corretto il resto del
cast.
A fine serata applausi per tutti e ovazioni per Prestia e
Bisanti.
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| Raffaello
Malesci |
| Pigmalione, Salemme e Santanelli conquistano il San
Carlo |
Non ci saremmo mai aspettati da Vincenzo Salemme un’interpretazione così seria ed
impegnativa, lontana dal suo solito genere. La rivisitazione di Pigmalione, una breve opera di
Rousseau, è molto attuale e piena di spunti interpretativi moderni. La grande espressività e
l’esagerazione gestuale di Salemme, unita alla riscrittura del Pigmalione del napoletano Mario
Santanelli, ha dato all’opera un aria frizzante e leggera.
Innanzitutto la struttura: alternanza di recitativi e momenti musicali dell’orchestra del San Carlo che
ha conferito una riuscita originale. Anche gli spunti filosofici e la sottile ironia hanno concorso al
successo. Ma soprattutto il finale, ciclonico e inaspettato, ha sottolineato la leggerezza e la
modernità della rappresentazione. La teoria dell’estetica, del bello assoluto, ha trovato qui una nuova
risoluzione, che apre numerose strade interpretative. Una risoluzione degna del nome del Teatro San
Carlo. Davvero bravi.
La pièce era preceduta dal concerto dell'orchestra del San Carlo diretta da Giampaolo Bisanti.
La musica è l’unica fra le arti ad evocare all’istante un insieme di emozioni grandiose. Attraverso le
armonie musicali emerge tutta la potenza creativa, e l’unicità interpretativa degli esecutori, guidati
dal direttore. E’ questo che ha trasmesso l’orchestra del San Carlo mirabilmente guidata da Giampaolo
Bisanti. Tutto è stato perfetto, l’organicità dei componenti ha assicurato un grande successo. Il
merito degli esecutori è proprio l’unicità della loro interpretazione, che si arricchisce di sfumature
nuove ed originali che rendono “artigianale” l’opera. Notevole l’assolo del violoncello (Luca
Signorini) nel concerto in Sib maggiore di Luigi Boccherini. Anche Haydn (Sinfonia n. 101 “della
pendola” in Re maggiore) e Mozart (Il flauto magico) sono stati espressi nel rispetto del loro
nome. |
| Danilo D'Angelo, finalista "Lettera 22" under
20) |
| 07/02/2009 - «Butterfly», essenzialità che
conquista |
Quel «basta bonzerie!» che Pinkerton , troppo ansioso di godersi l’intimità con la
giovane sposa, impone ai chiassosi parenti che hanno invaso la casa sembra essere stato preso
alla lettera da Daniele Abbado in questa sua rilettura di «Madama Butterfly» regolata sul filo di
un’assoluta essenzialità, nelle scene e nei costumi, rispettivamente di Graziano Gregori e di
Carla Teti, come nella condotta propriamente registica.
La scena, spogliata da ogni minimo elemento connesso a quel «colore locale» che Puccini ha assimilato
entro la nuova misura drammaturgica instaurata con quest’opera, sfidando persino un rischioso
oleografismo, si pone solo come un astratto contenitore, regolato essenzialmente dal movimento delle
luci e dallo scorrere di pannelli che mutano le prospettive interne: scelta di sicura efficacia, nel
modo con cui i trapassi appaiono coerenti con il trascolorare che avviene entro l’inquieto tessuto
orchestrale e ancor di più con il movente drammatico; significativo il livido ingrigirsi della luce che
avvolge il momento più lirico dell’opera qual è il duetto conclusivo del primo atto, come pure è
comprensibile l’omogeneità dell’ambientazione tra i due atti, azzerando il contrasto solitamente
evidenziato tra il clima festoso del primo e la desolazione che si coglie nel secondo, dopo tre anni di
trepida attesa, perché in effetti, sembra suggerirci Abbado, il dramma c'è già fin dall’inizio, in quel
sinistro rituale del matrimonio, gioco illusorio per la fanciulla cinico per l’americano.
Lettura determinata, senza dubbio, in quanto tende ad oltrepassare quella superficie più variegata che
Puccini costruisce con puntigliosa attenzione, per giungere direttamente al nodo essenziale, al dramma,
con una estrema schematizzazione che porta a ridurre meccanicamente gli interventi esterni, le varie
apparizioni, dei convitati, dello Zio Bonzo, del Principe Yamadori, tutte come bloccate entro un grande
ascensore. La massima concentrazione invece sui personaggi che assumono un risalto icastico in quegli
spazi rarefatti, sullo sfondo di quei pannelli resi eloquenti proprio dalla loro nudità, muri che
parlano, fino a registrare lo strazio finale attraverso le crepe che dilaniano il fondale. Ma lettura
efficace, coinvolgente anche per la rispondenza col passo musicale regolato da Giampaolo Bisanti con
mano attenta nel filtrare gli ingorghi emotivi, insidiosissimi - evitando così certi patetismi di
maniera e magari rinunciando a qualche raffinatezza tra le tante offerte da questa mirabile partitura -
e nel distendere la trama del tessuto lasciandone intendere la tensione insinuante, germinante fin dal
ruvido motto iniziale; e ciò grazie anche alla ben riconoscibile aderenza alle sue intenzioni da parte
della milanese Orchestra «Verdi», organismo di provata esperienza.
Entro queste coordinate drammaturgiche si collocava pienamente la protagonista, Svetla Vassileva,
autorevole nell’incarnare più che gli abbandoni sognanti il rovello dello struggimento, l’intima
drammaticità quindi, percepibile nelle stesse screziature un po' aspre del timbro. Equilibrato il
Pinkerton di Salvatore Cordella e pure ben rispondenti la Suzuki di Akemi Sakamoto e lo Sharpless di
Roberto De Candia. Una nota di merito anche al Coro «Claudio Merulo», istruito da Martino Faggiani, per
la delicatissima apparizione «a bocca chiusa». Successo entusiastico. |
| Gian Paolo Minardi |
| 09/12/2008 - Macbeth al Verdi: un capolavoro scarsamente
applaudito |
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Pisa - Non sempre un’opera
lirica soddisfa e stupisce il pubblico del teatro Verdi di Pisa: nel caso
del Macbeth
andato in scena venerdì 5 e domenica 7 dicembre il
pubblico, pur così numeroso da segnare il tutto esaurito al botteghino, ha preso un grosso
abbaglio e ha dimostrato una profonda ignoranza nel sottovalutare uno spettacolo eccellente,
tra i migliori delle ultime stagioni liriche presentate.
L’ottocentesca opera verdiana in quattro atti, su libretto di
Francesco Maria Piave e Andrea Maffei tratta dall’omonimo melodramma di Shakespeare, è stato un
capolavoro, ma il pubblico pisano non ha capito e apprezzato o, forse, il suo indice di gradimento
non ha trovato degna espressione: frequentemente gli attori sono stati interrotti da scroscianti
applausi ed entusiastiche acclamazioni, ma sul finale, quando meritatamente il cast doveva essere
applaudito e osannato, frettolosamente la gente lo ha liquidato senza l’ovazione sperata,
preparandosi a lasciare il teatro gremito e a raggiungere l’uscita.
La trama dell’opera è nota: tre streghe presagiscono la sventura che
colpirà Machbeth se ascenderà al trono di Scozia nel modo sanguinoso che gli predicono e, come un
tacito monito, suggellano con la loro silenziosa presenza la realizzazione delle loro profezie alla
fine del dramma: Lady Macbeth, istigatrice del regicidio, morirà delirante e sonnambula uccisa dai
propri incubi, mentre Macbeth perirà sul campo di battaglia per mano di Macduff, rientrato in
patria alla testa di un esercito deciso a deporre il tiranno.
Nel Macbeth
le scene di Alessandro Ciammarughi sono essenziali, tenebrose e
inquiete: su tutto incombe un cielo cupo, che riflette la decadenza morale di Macbeth e della sua
Lady. La quinta è una rete metallica, sempre presente in scena, che separa senza dividere il mondo
onirico e malvagio delle streghe e di Macbeth da quello degli eroi positivi, e sparirà alla morte
dell’usurpatore, quasi a restituirci la speranza di un presente fatto di giustizia e onore. Felice
la scelta riccamente simbolica di erigere il trono di Macbeth sulla tomba di Duncano, che diviene
anche il talamo su cui il nuovo re di Scozia è turbato dai funesti incubi notturni.
Lo spettacolo è curato in ogni particolare: i costumi, caratterizzati
da reale storicità, sono dello stesso Ciammarughi; le luci sono disegnate da Cesare Accetta e le
coreografie sono di Anna Redi. Il tutto fa da splendido scenario alla impeccabile direzione del
maestro Giampaolo Maria Bisanti, che con vigore e precisione ha diretto l’Orchestra Filarmonia
Veneta “G. F. Malipiero”. Il Coro del Teatro Sociale di Trento, diretto da Luigi Azzolini, dopo un
incipit poco convincente, ha saputo dare il meglio di sé nella parte delle streghe e nei due cori
finali “Patria oppressa” e “Ov’è l’ursupator”, molto apprezzati dal pubblico.
Nel ruolo di Banco troviamo il basso Francesco Palmieri, in quello di
Macduff il tenore Stefano Ferrari. Il soprano Maria Letizia Grosselli è la Dama, il tenore
Cristiano Olivieri è Malcom, il basso Franco Federici interpreta i ruoli sia del Medico che del
Sicario. Spiccano nel ruolo di Lady Macbeth Dimitra Theodossiou, il soprano greco annoverato fra le
voci più rappresentative del repertorio verdiano, e in quello del protagonista Vittorio Vitelli, il
giovane baritono ascolano dalla brillante carriera che si preannuncia ancora agli
esordi.
Il cast è stato nell’insieme accurato e convincente ed è per questo
motivo che dispiace ancora di più lo scarso tributo reso al Macbeth dal pubblico pisano, che
offende, forse involontariamente, gli artisti andati in scena con un così indegno omaggio e la
direzione artistica del Teatro Verdi, che si è tanto impegnata in un momento economicamente
difficile a supportare la co-produzione di un’opera lirica che rappresenta un faro nella tradizione
culturale italiana.
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| Laura Cipressa |
| Il Messaggero Veneto - 03/12/2008 - De Maria e Bisanti, i colori del talento |
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Udine - Secondo appuntamento con l'Orchestra
Sinfonica del Friuli Venezia Giulia, all'interno della stagione di musica e danza del Teatro
Nuovo firmata da Daniele Spini. La formula è piuttosto collaudata e non riserva particolari
sorprese: un'ouverture, una sinfonia e un concerto tra classicismo e primo romanticismo; i
solisti e i direttori d'orchestra, al contrario, selezionati tra giovani artisti di spicco
del mondo musicale internazionale, con particolare predilezione per il nostro Paese. In tal
senso il panorama dei protagonisti si fa garanzia di successo incondizionato dei quattro
appuntamenti previsti per la nostra orchestra all'interno del cartellone, in compagnia,
questa volta, di una stella del pianismo italiano contemporaneo, il veneziano Pietro De
Maria, primo premio al Dino Ciani del 1990 e al Géza Anda nel 1994, recente artefice di un
trionfo discografico ottenuto grazie alla sua integrale chopiniana.
L'esordio del concerto, dedicato all'ouverture Le creature di Prometeo opera 43 di Beethoven,
lascia intravedere nella bacchetta dell'altrettanto giovane e affermato direttore milanese
Giampaolo Bisanti un fresco, ma misurato tecnicismo e il gusto per una concertazione affidata alla
salda compattezza degli archi e ad uno smalto brillante ed estroverso dei legni; e se la seconda
caratteristica è destinata a farsi la firma dell'intero concerto, l'elasticità e le sottigliezze
interpretative di Giampaolo Bisanti e dell'orchestra si fanno via via più inattese e intense
nell'esecuzione del Concerto numero 1 in mi minore opera 11 per pianoforte e orchestra di
Chopin.
Difficile immaginare un concerto più affine del capolavoro chopiniano alla tecnica e allo scavo
interpretativo che caratterizzano l'arte pianistica di Pietro De Maria, portamento compassato e di
diafana solennità, meccanica tastieristica non spettacolare ma capillarmente adattata alle
peculiarità della scrittura pianistica, nella quale l'intensità austera degli spunti melodici e le
finissime
me increspature dell'ornamentazione ricevono una luce ineguagliabile. L'economia complessiva del
pianismo di De Maria è costantemente volta all'assoluto controllo di un suono purissimo e uniforme,
che predilige tinte di impalpabile delicatezza e dinamiche al limite della trasfigurazione, uno
Chopin di neoclassica, intatta bellezza confermato nell'unico, purtroppo, bis concesso, il Notturno
in mi maggiore opera 62 numero 2, estrema confessione di concentrazione lirica e inesausto scavo
armonico e contrappuntistico. I tanti momenti di grande poesia, di trattenuti respiri vissuti
durante la prima parte nel magico dialogo tra pianista, direttore e orchestra, sembrano trovare uno
sfogo rinfrancante nella personalità sanguigna e ricettiva di un Beethoven tutto abbandonato a
sensazioni, visioni, emozioni che rivivono nel programma interiore della Sinfonia numero 6 in fa
maggiore opera 68-Pastorale. Il direttore e l'orchestra vi stabiliscono un dialogo di ottimistica
complicità, gli stacchi ritmici e la lucentezza timbrica si fanno coinvolgenti, con particolare
rilievo per gli spunti solistici dell'oboista Enrico Cossio e del fagottista Dario
Braidotti.
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David Giovanni Leonardi |
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| L'Orchestra regionale al Nuovo di Udine con Bisanti e De
Maria: Beethoven e Chopin alla grande! |
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Nuovo appuntamento per l'Orchestra Sinfonica del
Friuli Venezia Giulia al "Giovanni da Udine". A dirigerla era questa volta il milanese
Giampaolo Maria Bisanti. Nel concerto di alcuni giorni fa era stata eseguita la Quarta
Sinfonia di Beethoven. Questa volta la proposta riguardava l'altrettanto celebre Sesta, op.
68 "Pastorale". Niente di male, anzi tutt'altro, che l'Orchestra rivisiti pagine importanti
del repertorio classico. La serata si è aperta con un'altra pagina beethoveniana, l'Ouverture
op. 43 "Le creature di Prometeo", seguita dal Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 11
di Chopin. Quest'ultima è una composizione di dimensioni e respiro maestosi, chiaro omaggio
ai canoni del genere, dove tuttavia il grande Polacco non rinuncia alla propria peculiare
poetica, fatta di affondi armonici e linee melodiche dagli scarti improvvisi. Solista era
Pietro De Maria, vincitore di importanti concorsi internazionali e attualmente impegnato
nell'esecuzione integrale di Chopin, che ha anche inciso per la Decca.
Bisanti si è rivelato direttore molto attento e di buona levatura. L'orchestra è partita bene con
l'Ouverture e ha proseguito altrettanto bene con Chopin, dialogando con il solista in modo efficace
e misurato. De Maria ha colpito per il dominio della tastiera, il suono limpido ma intenso e il
fraseggio nitido e ottimamente chiaroscurato. Riuscito anche il bis con un Notturno chopiniano.
Decisamente positiva ci è sembrata infine la prestazione orchestrale nella Sesta: stacco misurato
dei tempi, sbavature quasi del tutto assenti, buona rifinitura dei dettagli e un apprezzabile
equilibrio timbrico. Il pubblico ha mostrato di gradire con applausi prolungati.
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Luigi Pellizzoni |
Articolo Originale
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| Firenze, “La Bohème” di Giacomo Puccini,
22/10/2008 |
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GIOIE DEL REPERTORIO
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Bohème è la terza proposta
di “Recondita Armonia”, rassegna promossa dal Maggio Musicale che, oltre al successo di
pubblico, si è distinta per la capacità del teatro di mettere in scena in tempi brevi tre
nuovi allestimenti prodotti internamente dalla stessa équipe. Le due settimane di tutto
esaurito confermano che anche in Italia c’è richiesta per produzioni di “repertorio”
facilmente accessibili e che l’opera è ancora una forma artistica popolare attraente per un
pubblico generalista e giovane da coltivare e avvicinare all’opera con i “classici”. Ci
auguriamo che il forte riscontro ottenuto sia un punto di partenza per aumentare e
diversificare l’offerta come fanno già da tempo i teatri dell’opera di Londra e Parigi, i
quali, in virtù dell’alternanza di repertorio e produzioni di punta, si possono permettere
una programmazione di qualità a lungo termine. Tradizionale la regia di Mario Pontiggia che
coglie l’aspetto brioso e garbato della vita di Bohème con uno spettacolo di buon livello
come l’elegante e curata scenografia di Francesco Zito, espressione di un mestiere dalla
forte importa artigianale all’insegna del buon gusto. La soffitta è un grande ambiente con
travature a vista che ricordano un loft ricavato in un’architettura post-industriale con una
parete vetrata sullo sfondo formata da tessere di vetri opalescenti che diffondono la luce in
modo naturale. La soffitta ritorna nel quarto atto talmente fiorita da sembrare una serra in
ferro e vetro con la porta finestra aperta con vista sui tetti di Parigi, forse troppo
ridente e primaverile per essere “una tana squallida”, ma il colpo d’occhio è piacevole e il
senso di grande apertura appaga. Il Cafè Momus è un gazebo dai vetri liberty colorati con
camerieri che svolazzano mentre venditori ambulanti , maschere e bambini affollano il
variopinto e riconoscibile quartiere latino. Il quadro è generico e potrebbe essere stato
preso in prestito da una qualsiasi altra Bohème, ma è funzionale e ricrea l’atmosfera
festosa. L’ambientazione più riuscita è la Barrière d’Enfer , avvolta in una fitta nebbia che
rende le luci fioche e avvolge in un’atmosfera ovattata e poetica lo squallore di una Parigi
di periferia vista sotto il ponte della ferrovia. Il cast di giovani cantanti contribuisce a
dare all’opera una connotazione fresca e giovanile con risultati apprezzabili anche sul piano
vocale. Maria Luigia Borsi è una Mimì delicata e dalla buona intonazione, corretta ma un po’
anonima; la voce ha difficoltà a passare l’orchestra e non ha quella luminosità e naturale
espansione melodica necessarie per rendere tutta la spontanea comunicativa di Mimì. Gianluca
Terranova tratteggia con delicatezza e ironia il ruolo di Rodolfo, di cui restituisce la
giovanile illusione da poeta; la voce non ha grande estensione ma è omogenea, capace di
sfumature, e acquisisce maggiore sicurezza e spessore nel corso dell’opera. Molto naturale
Fabio Maria Capitanucci, un Marcello sicuro dal bel timbro, particolarmente apprezzato dal
pubblico anche per la verve scenica. Donata D’Annunzio Lombardi è una Musetta disinvolta e
graziosa. Solenne come vuole la tradizione la “vecchia zimarra” di Colline
nell’interpretazione di Felipe Bou. Enrico Marrucai dona voce scura a Schaunard. Per
concludere Benoit è Dario Giorgelé, Federico Benetti è Alcindoro. Giampaolo Bisanti offre una
direzione dai tempi lenti e sospesi imprimendo giusti crescendo e rallentando per assecondare
l’azione e rafforzare l’impatto emotivo, dando inoltre buon rilievo ad alcuni dettagli della
strumentazione come gli elementi realistici e i rumori estranei presenti nella
partitura.
Oltre all’ottimo coro preparato Piero Monti, una menzione va alle voci
bianche della Scuola di Musica di Fiesole dirette da Joan Yakkey. Al di là della qualità oggettiva,
uno degli aspetti più belli della serata è stato vedere una platea piena di giovani e sentire i
loro commenti spontanei.
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Ilaria Bellini |
L'Opera -
Cartellone Internazionale - Apri PDF
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| Jesi, teatro Pergolesi, “Tosca” di Giacomo Puccini,
26/10/2008 |
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IL GIUSTO RUOLO DELLA PROVINCIA
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La stagione lirica di
tradizione di Jesi prosegue, dopo il buon inizio con il Flauto Magico (qui recensito), con
Tosca, omaggio a Puccini per i 150 anni dalla nascita. L'allestimento è quello andato in
scena in luglio a Macerata per lo Sferisterio Opera Festival, alla cui recensione si rimanda
per i dettagli di regia, scenografia e costumi, tutti di Massimo Gasparon. Quel che va qui
sottolineato è come la scena sia stata bene adattata nel ridotto spazio del teatro Pergolesi:
i tre elementi, che ricreano la chiesa di Sant'Andrea della Valle, lo studio di Scarpia e la
terrazza di Castel Sant'Angelo, sono molto frontali e lasciano poco palcoscenico ai cantanti.
Tuttavia la regia, pressochè completamente ridisegnata (non tanto nella gestualità quanto nei
movimenti per adattarli al nuovo spazio, minimo rispetto a quello enorme dell'arena
maceratese) ha saputo rendere al meglio l'andamento della storia. Ad esempio, nel “Te Deum”
utilizza la platea per i coristi e alcune delle comparse. Le luci bianche ed algide sono
state disegnate da Massimo Gasparon con la collaborazione di Fabrizio Gobbi. Suggestivo
l'odore di incenso durante il Te deum, fastidiosa la puzza dei sigari fumati dai soldati
all'inizio del terz'atto.
Giampaolo Bisanti offre una direzione dai tempi lenti e sospesi,
imprimendo giusti crescendo e rallentando per assecondare l'azione e rafforzare l'impatto emotivo,
dando rilievo ad alcuni dettagli nella strumentazione. L'orchestra filarmonica marchigiana lo
segue, producendo una tinta elegiaca e meno realista, sia per la larghezza dei tempi che per la
morbidezza dei suoni.
Il cast di giovani cantanti dà all'opera una connotazione fresca con
risultati apprezzabili anche sul piano vocale. Secondo noi è proprio questo il giusto (ed
encomiabile) ruolo dei teatri di provincia, come accade da tempo e con risultati lusinghieri in
Germania: dare spazio ai giovani talenti, in modo che essi possano emergere e crescere con una
giusta gavetta.
Antonia Cifrone è una Tosca convincente, corretta e con buona
intonazione, anche se rimane un poco anonima: la voce non ha quella luminosità e la melodiosità per
rendere appieno il personaggio. Molto dotato Alejandro Roy: il suo Mario si segnala per la voce di
bel colore, estesa ed omogenea, capace di sfumature, molto potente, tanto che deve controllarne il
volume; il suo “E lucevan le stelle” conquista il pubblico che lo costringe al bis. Claudio Sgura è
Scarpia, fisicamente imponente, vocalmente meno: il suo personaggio, imparruccato ed incipriato,
emblema del passato, di un potere che sa di sopruso, veste di bianco anziché del tradizionale
nero.
Alessandro Spina è un Angelotti poco sofferente, Mirko Quarello un
sagrestano burlone, Massimo Cagnin un beffardo Spoletta; con loro Siro Antonelli (Sciarrone),
William Corrò (un carceriere) e Valeria Cazacu (un pastore).
Coro lirico marchigiano diretto da David Crescenzi, associazione
corale dei pueri cantores Zamberletti di Macerata preparata da Gian Luca Paolucci.
Teatro tutto esaurito, molti i giovani, tantissimi
applausi.
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Francesco Rapaccioni |
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| Rovigo, Teatro Sociale, “Macbeth” di Giuseppe Verdi,
04/04/2008 |
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LE INQUIETUDINI DI MACBETH
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É sempre cosa bella vedere
come i piccoli teatri, spesso con scarsità di mezzi (ma consorziati), riescano a mettere in
scena grandi titoli con ottimi risultati: è il caso di questo Macbeth la cui regia è opera di
Andrea De Rosa. Il regista individua il dramma nell’ineluttabile avverarsi dei desideri più
nascosti ed inconfessabili dei due protagonisti: Macbeth e la Lady. Le streghe, infatti, gli
rivelano di quali malvagità possa macchiarsi la loro ambizione ed entrambi percorrono
inesorabilmente il loro tragico destino di morte quasi in una dimensione onirica, spinti da
un fato da loro cercato e rappresentato da tre fanciulle in abiti bianchi.
Le scene di Alessandro Ciammarughi sono essenziali, tenebrose e
inquiete, come inquieto è il protagonista; regna sempre un cielo cupo, nero, anticipo di temporale,
specchio della decadenza morale di Macbeth e della moglie e si rischiarerà solo alla fine con la
morte dell’usurpatore. Anche la quinta di rete metallica, sempre presente in scena, che, come un
diaframma, tende a dividere due mondi, quello onirico e malvagio delle streghe e di Macbeth con
quello degli eroi positivi, sparirà alla morte del protagonista. Il trono di Macbeth si erge sulla
tomba di Duncano che diviene anche il talamo su cui il nuovo re di Scozia è turbato dai funesti
incubi notturni. Ciammarughi ha curato anche i costumi, caratterizzati da reale
storicità.
Il cast è stato nell’insieme accurato e convincente. Molto bravo il
Macbeth del baritono Alberto Gazale: lo scavo espressivo e la varietà di chiaroscuri e di accenti
hanno centrato la complessità del personaggio; notevole anche il timbro morbido, rotondo e la sua
tenuta vocale, certamente uno dei migliori giovani baritoni verdiani. Diverso il caso del soprano
ucraino Olha Zhuravel. La sua Lady è di gradevole presenza scenica, ma è priva di mordente; non ha
la forza del soprano drammatico che ci si aspetterebbe per il personaggio; certe sue asprezze
diventavano immediatamente funzionali ad un canto che Verdi stesso avrebbe voluto cupo e soffocato.
Deludente la scena del sonnambulismo. Decisamente bravo il Banco del basso Francesco Palmieri che,
oltre ad un’ottima presenza scenica, ha evidenziato una bella voce; così pure il Macduff del
giovane tenore Stefano Ferrari, tecnicamente ancora un po’ immaturo ma di notevole rilievo vocale.
Con loro Maria Letizia Grosselli, nella Dama di Lady, e Cristiano Olivieri in Malcom.
Una rivelazione si è dimostrato il giovane maestro Giampaolo Maria
Bisanti, che ha già alle spalle una carriera di tutto rispetto. Bisanti ha diretto con maestria,
energia, compattezza e incisività l’Orchestra Filarmonia Veneta Malipiero, dimostrando una maturità
ed una continuità drammatica da grande direttore.
Nel Macbeth assume un ruolo di protagonista il Coro: il direttore
Luigi Azzolini ha saputo portare la resa artistica del Coro del Teatro Sociale di Trento ai massimi
livelli, dando il meglio di sé nella parte delle streghe e nei due cori finali: “Patria oppressa” e
“Ov’è l’ursupator”, molto apprezzati dal pubblico.
Di scarso effetto e piuttosto banali le coreografie di Anna Redi per
le danze eseguite dal corpo di ballo del Teatro Sociale di Trento.
Il pubblico, all’inizio piuttosto freddo, si è poi lasciato
coinvolgere dalla musica, concludendo la rappresentazione tra ovazione ai cantanti e agli
orchestrali.
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| Mirko Bertolini |
Opera Click 23.11.2007 Don Giovanni di
Mozart
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“Conferme positive e piacevoli
sorprese sono venute anche sul versante della musica.
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Giampaolo Bisanti concerta con mano sicura, attenta
alle dinamiche dello spartito, con scelte agoniche pertinenti e con ottimo gusto interpretativo;
ammirevole l’attenzione al palcoscenico, che il giovane direttore non perde mai di
vista”. |
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| Alessandro Cammarano |
| Il Giornale, 2 dicembre 2007 |
| Don Giovanni: grandi voci ma spettacolo
sbagliato. |
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...Tutti loro hanno avuto la
fortuna d'ascoltare un'orchestra linda ed equilibrata, molto attentamente diretta dal giovane
Giampaolo Bisanti, che ha in mano ormai anche il palcoscenico, e non è mai incerto, né inerte, né
banale, e gode molto Mozart.
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| Lorenzo Arruga |
| Salerno, 24 novembre 2007 |
| Teatro Verdi di Salerno in delirio per il tenore Neil
Schicoff |
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Con un volo di fortuna che
decollava dal veronese ove era impegnato nel Don Giovanni di Mozart, il giovane direttore
Gianpaolo Bisanti è giunto fugacemente in sostituzione al maestro Daniel Oren, assente per
motivi familiari, per dirigere l’orchestra del teatro Verdi. ...
L’orchestra, diretta dal
sopradetto maestro Bisanti, ha dimostrato una forma smagliante sotto le vesti di una qualità
esecutiva sempre più in ascesa che si è saputa magistralmente amalgamare con la precisione di
questo giovane direttore destinato a far parlare di se.
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| Antonio Guida |
| Da Il Giornale del 12 Ottobre 2007 |
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Teatro Verdi.
Trionfo al Massimo Cittadino del giovane baritono
fiorentino e della virtuosa AnnaSkibinski. Incisiva la direzione
del Maestro Giampaolo Bisanti a testa dell'Orchestra Filarmonica Salernitana.
Romantico l'allestimento di Giacchieri.
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"L'Ottobre musicale del Teatro Verdi e'
stato inaugurato nel migliore dei modi......"
Giampaolo
Bisanti ha letto con grande correttezza la partitura
verdiana sottolineando certi dettagli,come l'introduzione della
cabaletta del tenore, utilizzando spesso l'arte sottile del rubato, in questo
sorretto da un'Orchestra Filarmonica Salernitana in crescita, morbidissima negli archi,
duttile nei fiati, con
flauto, oboe ed ottavino in grande spolvero nell'ultimo
atto.
Il Rigoletto di
Bisanti ha una tinta notturna, incisiva nell'accento, con una particolare
ricerca ad una vibrazione interna, cantabile e nervosa assieme.....applausi scroscianti
per tutti....".
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| Olga Chieffi |
| Corriere del Teatro - Servizio
esclusivo |
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| Rigoletto conquista Salerno |
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| Ancora sul Rigoletto al Teatro Verdi di
Salerno |
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| Chailly trasforma in musica l’ironia grottesca di
Buzzati |
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L’Aumento di Dino Buzzati,
musica di Luciano Chailly: prima esecuzione assoluta. Ottima idea per ricordare, nel centenario,
quanto lo scrittore fosse "musicale" e che sodalizio importante si instaurò dal 1954
col compositore ferrarese che fornì note a cinque suoi soggetti, tra cui tre opere
(Procedura penale, II mantello. Era
proibito) di notevole qualità.
L'aumento, esito postumo di tale profonda vicinanza personale e artistica,
Chailly lo compose dieci anni fa, come ultimo titolo di una lunga carriera dedica-ta al
teatro musicale. Si tratta di una partitura da camera (orchestra piccola, poche voci,
mezz'ora di durata) che alterna momenti scattanti a episodi di raffinata densità
contrappuntistica e sapienza coloristica: ben indirizzati a un soggetto grottesco e ironico
al quale il musicista destina una calibrata alternanza di modi cantati, declamati e
recitati.
L'efficace direzione di Giampaolo Bisanti, sul podio d'un gruppo
scelto dell'Orchestra Verdi, ha rilevato la causticità e la facile eleganza narrativa della musica
inedita; benassecondato dai cantanti (in particolare Max René Cosetti e Armando Ariostini, i
due contendenti) e dalla spiritosa lettura semiscenica di Filippo Crivelli.
L'esecuzione era preceduta dal delizioso film-documentario II tuo Dino Buzzati di Floriana
Chailly e Daniela Trastulli, realizzato sugli scambi epistolari e i materiali di lavoro dei due
autori.
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Da: La Repubblica - Angelo
Foletto
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| All'Auditorium di Milano, L'aumento di
Chailly - da L'Opera - Novembre
2006 |
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In coincidenza con il centenario
della nascita di Dino Buzzati (1906-1972) in un'unica serata fuori abbonamento all'Auditorium di
Milano s'è presentata in prima assoluta l'opera da camera L'aumento quattordicesimo titolo
operistico di Luciano Chailly, frutto nel 1995 di una collaborazione postuma e virtuale tra i due
emblematici personaggi.
Moto scrittore e giornalista il primo, è stato anche originalissimo
autore teatrale librettista, scenografo e costumista. Il connubio con Chailly iniziò col racconto
in sei episodi Ferrovia sopraelevata nel 1955 e culminò con tre atti unici: Procedura penale
(1959), Il mantello (1960) ed Era
proibito (1963), riunite in un ideale trittico prima a Villa Olmo di Como e
quindi dal Teatro Massimo di Palermo, la cui programmazione è sempre stata attenta ai fermenti
creativi e culturali del secolo scorso, in questo caso della Milano del
dopoguerra.
In quella linea surreale si unisce ora questa pièce fulminante, uno
sketch di assoluta attualità, che anticipa - fu redatta nel 1961 e rappre sentata in prosa solo
nel 1972 - nella sua cinica e caustica comicità i celebri personaggi di Paolo Villaggio: Fantozzi e
Fracchia. Il libretto è un adattamento di Chailly del testo di Buzzati con l'aggiunta di un
antefatto in casa del protagonista, il ragioniere Gustavo Campanella (tenore), aizzato dalla moglie
(soprano) che ha adocchiato la busta paga, con uno stipendio più alto di un suo subalterno, a
chiedere un aumento al padrone Stragioni, che a tutta prima inaspettatamente gli offre un aumento
spropositato, salvo poi ottenerne spontaneamente una sostanziale riduzione del salario, mettendo
subdolamente in guardia il dipendente contro l'eventuale cambio di gestione della società e quindi
con la possibilità che proprio gli impiegati che percepiscono le paghe più alte siano i primi ad
essere licenziati necessario nel ridimensionamento dell'azienda. Il match spietato viene descritto
con brevi frasi declamate che si intersecano con il canto per rendere il testo più comprensibile
all'ascoltatore e che nella sapida sferzante musica, in cui sono evidenti tratti paraimpressionisti
e gershwiniani, trova il connubio calzante in una sintassi neoclassica e liberamente
atonale.
Con la regia di Filippo Crivelli, che conosce a fondo l'opera
dell'Autore avendone curato le più importanti messe in scena e che dal nulla e con nulla è riuscito
a creare l'atmosfera giusta ed a conferire ritmo drammatico all'azione, va lodata la direzione del
giovane Giampaolo Bisanti che, a capo della preziosa riduzione cameristica dell'Orchestra Sinfonica
Verdi, ha trovato le sonorità ed i colori adeguati per mettere in risalto l'indubbia, riconoscibile
personalità di Chailly. Al gioco scenico, nel labirinto delle note quasi in libertà, con pari
abilità canora ed impagabile verve teatrale, hanno primeggiato i due protagonisti, il tenore Max
René Co-sotti che ha reso a tutto tondo del misero impiegatuccio l'isteria, il disappunto, la
assoluta rassegnazione alle ipotesi formulate dal mellifluo, mefistofelico Stragioni, a cui il
baritono Armando Ariostini ha conferito un'irresistibile aura berlusconiana con aplomb e satanica
malizia.
Perfetta, nel molo della moglie falsamente dolce ed ambiziosa, il
soprano Loredana Arcuri e da menzionare nel breve inciso il portiere impersonato dal basso Gianluca
Aliano.
Il successo, attribuito da un pubblico non accorso in massa, ma
visibilmente divertito e partecipe, è stato caloroso e convinto. Così come con generosi applausi,
rivolti alla memoria ma anche all'organizzazione ed agli autori dell'omaggio commemorativo, è stato
salutata la succinta, pertinente introduzione di Lorenzo Viganò e l'interessante filmato, di circa
mezz'ora,... il tuo Dino
Buzzati montato frugando tra i materiali di
lavoro di Buzzati e Chailly, da Floriana Chailly e Daniela Trastulli.
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Andrea
Merli
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| L'Opera - Ottobre 2006 |
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Nel panorama operistico di fine
Ottocento, La Bohème si impone come un melodramma di moderna concezione. La forza innovativa emerge
dal linguaggio discorsivo dei protagonisti, dalla rigorosa intelaiatura formale, dalle preziosità
dell'armonia e dei timbri.
Oggi, il capolavoro di Puccini è al contrario una partitura quasi
logorata dal consumo. L'ascolto inflazionato e le incrostazioni della tradizione esecutiva,
impregnata di caccole veriste e sentimentalismo dolciastro, sembrano averne corroso la
freschezza.
Viene da chiedersi: esiste un modo per ritrovare quella sensazione di
modernità, per far rivivere la nuova sensibilità melodrammatica incastonata dal compositore in un
sofisticato meccanismo teatrale? Per un teatro le strade da seguire sono almeno tre. La prima è
quasi ovvia, per un'opera considerata un inno alla giovinezza: arruolare voci fresche, non ancora
usurate dalla routine. Ma non è detto che il buon esito sia scontato. La seconda: affidare il
restyling della partitura a un direttore che sappia il fatto suo. Ed è forse quella più importante,
posto che la grandezza di Puccini è prima di tutto in orchestra. La terza prevede invece che la
partita del riscatto di Bohème
dall'usura si giochi sul piano visivo. Anche perché
l'originalità di una rappresentazione, di questi tempi, si manifesta soprattutto nella regia:
l'unico aspetto di uno spettacolo dal quale siamo ancora disposti a lasciarci
stupire.
Per non sbagliare, l'edizione andata in scena al Teatro Verdi per la
Stagione Lirica di Padova, e realizzata in co-produzione con il Bassano Opera Festival, queste
strade le ha seguite tutte e tre.
Partiamo dall'allestimento di Ivan Stefanutti, che ha voluto
ambientare la vicenda nella Parigi fra le due guerre mondiali. Non so se si possa definire
quest'idea originale o innovativa, ma è certo che lo spettacolo - di impianto realistico e
tradizionale - è risultato suggestivo e gradevole. L'intento dichiarato era quello di evocare,
attraverso un abile utilizzo degli effetti luce, le atmosfere dei film in bianco e nero di Marcel
Carnè e Jean Vigo, di far muovere i bohémiens pucciniani nei bassifondi di una città avvolta dalla
nebbia e dal mistero.
L'impressione ricevuta, tuttavia, è che Stefanutti si sia ispirato
soprattutto alle immagini fotografiche di Brassai e al mondo dei clochard, delle coppiette e delle
prostitute (tanto da citare la pingue battona Bijou, ingioiellata e truccatissima) ritratto
in Paris de nuit. La stessa città pittoresca, e se vogliamo un po' stereotipata, dei pittori
della domenica, dei monelli irridenti e dei vecchietti col basco e la baguette sotto il braccio,
che ritroviamo negli scatti di un altro grande fotografo come Robert Doisneau. Una Parigi non
dissimile da quella di Jacques Prévert e delle canzoni di Edith Piaf, dove, nonostante la
malinconia, le inquietudini e i drammi esistenziali, la vita è comunque «en rose».
Altro tassello positivo di questa Bohème: la direzione. Giampaolo
Bisanti ha messo a fuoco la struttura a mosaico dell'opera, eliminando sdolcinatezze e
sovrastrutture melense, senza per questo sacrificare la dimensione cantabile. Se i momenti
brillanti e ironici sono stati affrontati con spigliatezza di tempi ed esuberanza di fraseggio, sul
versante patetico e drammatico non c'era solo una estroversione appassionata. Nel terzo e
soprattutto nel quarto quadro, Bisanti ha ottenuto dall'Orchestra Filarmonica Veneta «G. F.
Malipiero» sonorità vaporose, estenuate, quasi impressionistiche, capaci di definire una umbratile
sensibilità decadente e di collocare la partitura in un adeguato contesto
protonovecentesco.
In questa doppia cornice, visiva e strumentale, la giovane compagnia
di canto si è inserita con bella partecipazione scenica e qualche discontinuità nella resa vocale.
Susanna Bianchini ha messo in luce un temperamento e una vocalità che non collimavano con la
spontaneità e l'ingenua delicatezza di Mimì. Ha alternato colori scuri e qualche pienezza verista a
emissioni in pianissimo, senza però trovare tinte intermedie. Il suo timbro, inoltre, legava poco
con quello chiaro e leggero di Alessandro Liberatore, un Rodolfo vocalmente decoroso, ma portato a
delineare genericamente il senso delle frasi.
Paola Di Gregorio è stata una Musetta poco spumeggiante, non sempre
fluida e levigata. Buono il Marcello di Franco Javier, un po' acerbo Donato Di Gioia come
Schaunard, misurato e colloquiale Paolo Battaglia nel ruolo di Colline.
Funzionale il gruppo dei comprimari, composto da Franco Boscolo
(Benoit), Christian Starinieri (Alcindoro e Sergente dei doganieri) e Tino Cecchele (Parpignol). Il
pubblico ha riservato a tutti accoglienze molto calorose.
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| Gazzettino di Venezia - 4 Ottobre 2006 |
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Dopo il successo dell'iniziativa
"Sei Concerti per la Città", la Fenice - in collaborazione con il Comune - ripropone ai residenti
un articolato calendario di 13 appuntamenti (12 concerti e una prova aperta de "La traviata") nel
corso dell'attuale stagione: in media un appuntamento al mese tra ottobre 2006 e maggio 2007.I
dodici concerti articolano programmi del principale ciclo sinfonico "Incontri" ad altri proposti in
esclusiva per questa iniziativa. Eliahu Inbal, Ottavio Dantone, Bernhard Klee, Gerd
Albrecht, Giampaolo
Bisanti , Ola Rudner, Carlo Tenan, Paolo Olmi e Antonio Manacorda, eseguiranno
programmi musicali imperniati sulle sinfonie di Beethoven, Mahler, Brahms, Shubert,
accompagnate da altre pagine del repertorio settecentesco, classico e contemporaneo, oltre a
un oratorio di Salieri (La passione di Gesù Cristo) e lo Stabat Mater di Rossini. I residenti
nel Comune di Venezia, a partire dal 4 ottobre, avranno la possibilità di acquistare i
biglietti (posto unico numerato) al prezzo ridotto di 10 per i concerti sinfonici. Se poi
decideranno di organizzarsi in gruppi (di almeno 10 persone) o di venire a teatro in famiglia
(minimo tre persone), il costo del biglietto si ridurrà a 5 prezzo riservato anche agli
studenti fino ai 26 anni ed agli anziani oltre i 60 anni. Per meglio accedere ai concerti
sarà data dalla possibilità di ritirare nelle sei Municipalità un tagliando di prelazione per
un posto privilegiato di platea o di palco centrale (fino ad esaurimento dei posti
riservati), da utilizzare in biglietteria al momento dell'acquisto del biglietto. Le
biglietterie abilitate alla vendita dei biglietti a riduzione sono tre: quella del Teatro La
Fenice (a San Fantin, aperta tutti i giorni dalle 9.30 alle 18.30), quella di Hello Venezia
(a Piazzale Roma) aperta tutti i giorni dalle 8.30 alle 18.30 e quella del Centro Vesta di
Mestyre (in via Cappuccina) aperta dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16 e il sabato dalle
8.30 alle 13. Sarà sufficiente presentarsi muniti di una carta d'identità che testimoni la
residenza (per la riduzione famiglie servirà anche un'autocertificazione di appartenenza al
medesimo nucleo familiare; per la riduzione gruppi sarà invece necessario prenotarsi
preventivamente via fax allo 041 786580 o via e-mail a promo.boxoffice@teatrolafenice.org).
Per la prova aperta de La traviata, invece, il singolo biglietto costerà 15, la riduzione
famiglia 30 ed 10 anziani, studenti e gruppi. Queste le date: Eliahu Inbal, domenica 15
ottobre alle ore 17; Ottavio Dantone, domenica 12 novembre alle ore 17; Bernhard Klee, sabato
2 e domenica 3 dicembre alle ore 17; Gerd Albrecht, sabato 9 dicembre 2006 ore 17,00;
Giampaolo Bisanti , sabato 16 dicembre alle ore 20; Ola Rudner, domenica 28 gennaio 2007
alle ore 17; Carlo Tenan, sabato 24 e domenica 25 febbraio alle ore 17; Paolo Olmi, Teatro
Malibran, giovedì 29 marzo alle ore 20; Antonio Manacorda, mercoledì 23 e giovedì 24 maggio
2007 alle ore 20. La prova aperta de "La traviata" si terrà invece giovedì 19 aprile alle ore
15.30.
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| Corriere del teatro - Ottobre 2006 - La Bohème - Pala
Bassano - 25 agosto 2006 - Recensione di G. Mion |
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A fine agosto, quale conclusione
di un'estate particolarmente fertile di appuntamenti d'ogni tipo (musica sinfonica, cameristica e
jazz, danza, teatro e cinema) distribuiti per mezzo Veneto, ma con epicentro naturale in Bassano,
quella formidabile macchina da guerra che risponde al nome di Opera Estate Festival ha messo in
cantiere una edizione de La
bohème che nulla aveva da invidiare a più
blasonate produzioni, e che per fortuna è destinata ad gettare l'ancora anche in varie sale
della regione (successivi appuntamenti a Jesolo e Padova, poi si arriverà nell'anno nuovo a
Rovigo e Trento). Protagonisti principali del capolavoro pucciniano un'orchestra sempre più
autorevole - la Filarmonia Veneta, coproduttrice del progetto - ed un giovane direttore che
sta proiettando la sua carriera verso mete sempre più importanti, cioè Giampaolo Bisanti:
insieme hanno realizzato per il capolavoro pucciniano un tappeto sonoro lussureggiante,
mediante un lavoro finissimo di concertazione che ha dispensato esiti di rara bellezza.
Stacchi energici e precisi, raffinatezze strumentali a piene mani, un suono sempre vibrante e
pieno, in una visione complessiva efficacissima che richiamava subito alla memoria - nota
positiva per una bacchetta ancor fresca - la sicurezza di certi grandi maestri dal gesto
inconfondibile quali Erede, Serafm, Gavazzeni. Né può passare in secondo piano l'apporto
basilare di Ivan Stefanutti, creatore di una scenografia perfetta ed elegante, e di
indovinati abiti che proiettavano la vicenda più vicino a noi, negli anni Quaranta del secolo
scorso (Rodolfo butta giù il suo articolo su una vecchia macchina da scrivere) richiamando
con garbo il cinema in b/n di Marcel Carnè e Vittorio De Sica. In più, Stefanutti ha saputo
ideare una regia meticolosa e trascinante, che accompagnava in maniera naturalistica e
spontanea l'azione dei personaggi. Gli interpreti: Susanna Branchini era una Mimi a due
facce, palesemente incapace di esprimere il dolce e melanconico sognare della tenera
ricamatrice del primo atto a causa di un canto brusco e troppo concitato, ma in grado di
indovinare l'esatto registro per le due grandi scene - il dialogo con Rodolfo alla barriera
d'Enfer e quella della sua morte -dove la sua forte tempra drammatica trovava piena
realizzazione. La voce di Alessandro Libratore è un po' piccina, specie per uno spazio così
vasto, ma nondimeno molto bella e ben timbrata, ed aggraziato il fraseggiare, cosi che il suo
Rodolfo ha saputo conquistare tutti. Cosa che invece non è riuscita alla debole Musetta di
Paola di Gregorio, poco convincente in ogni senso, sia per la povertà scenica che per una
certa inespressività vocale. Molto funzionale il manipolo degli amici bohémìens di Rodolfo, e cioè
il Marcello di Marco di Felice, lo Schaunard di Donato di Gioia, il Colline dello statuario
Paolo Battaglia. Benoit era il bravo Franco Boscolo, Alcindoro Christian Stannieri; illustre
comparsata di Orfeo Zanetti nelle vesti di Parpignol. Positiva presenza del Coro del Teatro
Verdi di Padova, preparato da Ubaldo Composta.
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| Corriere del teatro n. 4 - 2006 - Documento
originale della recensione |
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Corriere del teatro 2006 - "Cavalleria Rusticana" e
"Pagliacci" - Recensione di G. Mion: Documento originale della
recensione
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| Corriere del teatro - Marzo 2006: Documento
originale della recensione - biografia sul "Corriere del Teatro" di Marzo 2006 |
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| L'Opera - Novembre 2005 |
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"..Sul podio dell'Orchestra
Filarmonia Veneta "G.F. Malipiero", Giampaolo Maria Bisanti ha avallato rallentamenti, "indugiando"
di tradizione, e non ha rinunciato in alcuni momenti all'enfasi strumentale. Lo ha fatto però con
buon gusto, senza cadere nella retorica di basso profilo e senza perdere di vista all'occorrenza le
dinamiche attutite, le sfumature, il legato. Ha ottenuto, in altre parole, un equilibrio tra
incandescenza e lirismo."
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| La Musica della Filarmonia inaugura con successo il
Festival "CANTELLI" |
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Ennesima trasferta di grande
successo, quella dell’Orchestra Filarmonia Veneta “G.F.Malipiero” al Teatro Coccia di Novara, dove
mercoledì 16 novembre la compagine trevigiana ha inaugurato la sedicesima edizione del “Festival
Cantelli”.
E’ stato infatti un concerto da ricordare, tanto per l’attento
pubblico piemontese quanto per i professori dell’orchestra, quello che la Filarmonia ha proposto
alle oltre seicento persone che hanno gremito l’accogliente teatro novarese. Concerto che il
direttore artistico della Filarmonia, Giampaolo Maria Bisanti, per l’occasione nuovamente sul
podio, ha scelto di dedicare interamente ai grandi autori del classicismo, eseguendo l'ouverture
dalla mozartiana "Clemenza di Tito", la sinfonia n. 104 "London" di Franz Joseph Haydn e la
Sinfonia n. 3, "Eroica", di Ludwig van Beethoven.
Un programma eseguito con grande sensibilità ed entusiasmo dai
musicisti trevigiani - per la prima volta ospiti della prestigiosa rassegna internazionale per
orchestre dedicate all’indimenticato allievo di Toscanini prematuramente scomparso - e accolto
calorosamente dal pubblico novarese, che ha lungamente applaudito l’orchestra “costringendola” a
bissare l’ultimo tempo dell’”Eroica”, nonostante l’impegnativo programma non prevedesse bis al
termine di un’intensa ora e mezza di musica.
All’insegna di un’ennesima stagione molto impegnativa e della grande
varietà di programmi proposti dall’orchestra, venerdì 18 novembre la Filarmonia sarà nuovamente
all’opera nel Veneto, al Teatro Sociale di Rovigo, per eseguire “Cavalleria Rusticana” di Pietro
Mascagni e “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo.
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| Dallo Zecchino d'Oro al podio di ... |
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Dallo Zecchino d'Oro al podio di
orchestre internazionali: questa in estrema sintesi la lunga storia musicale di Giampaolo Maria
Bisanti . Dopo il fortunato ciclo di concerti di metà agosto in varie località venete, il maestro è
ora indaffarato nelle prove di "Cavalleria Rusticana" e "Pagliacci" (dittico che debutterà a
Bassano il 26 agosto). Ma il giovane e talentuoso direttore artistico dell'Orchestra FIlarmonia
Veneta, Giampaolo Maria Bisanti , trova come sempre il tempo per intrattenersi con i professori
dell'orchestra e raccontare un particolare inedito della sua lunga storia musicale.Il suo debutto
in pubblico è avvenuto nelle vesti di giovane, giovanissimo cantante quando nel 1976 (aveva quattro
anni) partecipò allo Zecchino d'Oro classificandosi al secondo posto ("Zecchino d'Argento") con una
di quelle canzoni che in molti ricorderanno: "Riccardo Cuor di Leopardo", raccontando di come il
suo eroe era capace di inventare mille scuse per non partire per le Crociate, evidente antitesi
dell'impavido Riccardo Cuor di Leone.
Gustoso dettaglio dell'avvio della vita artistica di un bambino, primo
di undici fratelli - quattro dei quali ora musicisti - che poco più tardi iniziò a studiare il
clarinetto, diplomandosi brillantemente ancora giovanissimo, per poi iniziare la faticosa ma anche
per lui particolarmente fortunata "scalata al podio"."Quando partecipai allo Zecchino d'Oro,
ricorda il Maestro, avevo già ben chiaro che da grande avrei fatto il direttore d'orchestra. Di
solito quei sogni sono destinati a svanire con l'età, invece, nel mio caso....".
Milanese, nato nel 1972, Giampaolo Maria Bisanti ha intrapreso
giovanissimo gli studi presso il Conservatorio di Musica G. Verdi di Milano in clarinetto,
pianoforte, composizione e successivamente in direzione d'orchestra diplomandosi nel 1997 con il
massimo dei voti. Parallelamente ha frequenta il Corso Triennale di Alto Perfezionamento in
direzione d'orchestra presso l'Accademia Musicale Pescarese diplomandosi nel 1995 sempre con il
massimo dei voti.
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| Opera Click (agosto 2004) (Nabucco Bassano del
Grappa) |
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“ Bella, misurata e priva di
retorica la direzione di Giampaolo Bisanti, giovane dal gesto elegante, che ha equilibrato bene
l’orchestra col palcoscenico incredibilmente felice……”
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| Il Gazzettino (agosto 2004) (Nabucco Bassano del
Grappa) |
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“ Giampaolo Bisanti ha diretto
l’orchestraFilarmonia Veneta con precisione e competenza, lasciando libero spazio alle voci, com’è
strettamente necessario in un’opera come questa. Sotto la sua guida il successo di Nabucco è stato
pieno e caloroso.Superlativo “Nabucco” al Palabassano”
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| Il Messaggero Veneto (agosto 2004) (Concerto della Pace a
Medea) |
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“ Pagine di Cjaikovskij e
Beethoven ben dirette da Bisanti……
l’Orchestra Internazionale di Sarajevo ben affiatata e preparata in
ogni sezione diretta con gesto chiaro ed eloquente e con partecipe musicalità e comunicativa dal
maestro Bisanti”.
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| Il Mattino di Padova (30.12.2003)
(Traviata-Bassano) |
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“Altra menzione di merito va al
poco più che trentenne Giampaolo Bisanti che dirige con lucidità e leggerezza, senza mai eccedere
nel pathos, una Filarmonia Veneta ricca di sfumature, a suo perfetto agio tra le pagine
verdiane”.
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| Il Giornale di Vicenza (30.12.2003)
(Traviata-Bassano) |
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“Il giovane direttore Giampaolo
Bisanti, alla sua prima Traviata, ne ha dato una lettura emozionante, di raffinata psicologia. Ha
condotto l’Orchestra Filarmonia Veneta , il Coro del Teatro Verdi di Padova ed i protagonisti in
insiemi ed assoli, dall’esplosione amorosa e lieta d’inizio, al tragico finale. Ha suscitato la
subitanea attenzione dei presenti nell’ouverture, ne ha smosso le corde segrete del sentire nel
preludio dell’ultimo atto………”.
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| L’Opera (novembre 2003) (Don Pasquale-Spoleto,Mauro
Mariani) |
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“…..la formazione di quest’anno
è apparsa particolarmente buona, anche perché ha incontrato direttori capaci sia di spronarla sia
di tirare le redini, come Giampaolo Bisanti, che ama le sensazioni forti in fatto di ritmi e
sonorità ma sa anche concedersi delle pause al momento opportuno e soprattutto rispetta le
voci”.
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| La Tribuna di Treviso (14.08.2003) (Madama
Butterfly-Treviso) |
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“ Bisanti, 31 anni, è una
giovane promessa, già con felici riconoscimenti alle spalle, dalla tecnica impeccabile e dalla
solida gestione dell’orchestra e dei suoi rapporti con le voci, che proprio nel repertorio lirico
ha trovato una strada elettiva”.
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| Il Gazzettino di Treviso (14.08.2003) (Madama
Butterfly-Treviso) |
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“ Una lettura improntata al grande rispetto per le voci,
quella del trentenne Giampaolo Maria Bisanti, che ha saputo prima addomesticare le sonorità della
partitura per poi scatenarle al momento opportuno con mano corretta e via via più
partecipe”.
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| Giornale di Vicenza (05.11.2002)(Barbiere di
Siviglia-Bassano del Grappa) |
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“ …Giampaolo Bisanti che propone
del Barbiere di Siviglia una lettura stringente e ricca di colori, sbalzata con adeguata vivacità
ritmica, ricca dello scatto espressivo che la partitura regala quando l’azione innesca il
comico……l’Orchestra Filarmonia Veneta ha seguito il giovane direttore con apprezzabile e crescente
efficacia, trovando le sfumature dinamiche necessarie al fraseggio impostato da Bisanti, che è
suadente nelle aperture sentimentali, ma soprattutto asciutto e netto nel pieno dell’ironia
giocosa”.
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| Il Giornale di Vicenza ( 02.11.2002) (Barbiere di Siviglia-
Bassano del Grappa) |
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“ Giampaolo Bisanti ha diretto
l’Orchestra Filarmonia Veneta in modo trasparente, ma non superficiale, con giusto colorito,
rivelando a monte attente ricerche ed annotazioni nei confronti della partitura”.
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| La Nuova Ferrara (21.10.2002)
(Britten-Rameau) |
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“….Passione, ira, furore, orrore
e disperazione si susseguono nell’interpretazione incalzante del direttore Giampaolo
Bisanti”.
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| Giornale di Vicenza ( 20.07.2002) (Bassano del Grappa
sinfonico) |
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“ Di questa diseguale ma anche
affascinante opera prima ha dato conto con apprezzabile “devozione” verdiana il giovane direttore
Giampaolo Maria Bisanti, che ha ottenuto dall’orchestra Filarmonia Veneta interessante smalto e
buona precisione, e si è inoltrato nella partitura con grande duttilità espressiva. Così, fra
abbandoni lirici, meditazioni patetiche e accensioni cabalettistiche, la sua lettura è risultata
molto mobile sul piano dei tempi, dinamicamente chiaroscurata , attenta stilisticamente, in grado
di sottolineare sia l’originalità del pensiero creativo di Verdi che i suoi ancora evidenti
rapporti con la maniera donizettiana e belliniana”.
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| Corriere del Teatro (novembre 2001) (Oberto Conte di San
Bonifacio- Bassano del Grappa) |
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“Non si può infine che lodare la
validissima concertazione di Giampaolo Maria Bisanti, a capo della brava Filarmonia Veneta; il
giovane direttore, preciso e sicuro, ha staccato tempi giustamente irruenti, ove Verdi li
richiedeva, senza cadere nel languore durante i pochi squarci lirici. L’Oberto che ne è scaturito
possedeva così il giusto rilievo drammatico, senza un momento di noia, senza un momento di
routine…..”.
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| Giornale di Vicenza (luglio 2001) (Oberto Conte di San
Bonifacio- Bassano del Grappa) |
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“ …Giampaolo Bisanti che propone
del Barbiere di Siviglia una lettura stringente e ricca di colori, sbalzata con adeguata vivacità
ritmica, ricca dello scatto espressivo che la partitura regala quando l’azione innesca il
comico……l’Orchestra Filarmonia Veneta ha seguito il giovane direttore con apprezzabile e crescente
efficacia, trovando le sfumature dinamiche necessarie al fraseggio impostato da Bisanti, che è
suadente nelle aperture sentimentali, ma soprattutto asciutto e netto nel pieno dell’ironia
giocosa”.
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| L’Opera (dicembre 2000) (Bohème- Teatro
Fraschini) |
| “…il direttore Bisanti, bacchetta
sensibile sul piano interpretativo…”. |
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| L’Opera (novembre 2000) (Oberto Conte di San Bonifacio-
Spoleto) |
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“Giampaolo Bisanti…ha molto ben
impressionato per i tempi serrati e i colori corruschi impressi a questo Verdi esordiente: questo
ventottenne ha la stoffa del direttore verdiano”.
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| Vinile.com ( 04.11.2000) (Oberto Conte di San Bonifacio-
Spoleto) |
| “ ….lode alla direzione del giovane
Giampaolo Bisanti, protagonista indiscusso della serata….”. |
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| Il Ti.Po (10.10.2000) (Bohème- Teatro
Fraschini) |
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“ La Bohème diretta da Giampaolo
Bisanti è stata ricca di momenti di pathos che, già nella partitura pucciniana, hanno il loro
culmine al termine del secondo atto e nel finale dell’opera”.
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| Il Cittadino (05.10.2000) (Rina Sala Gallo
Monza) |
| “ Molto buona la collaborazione
dell’orchestra e vitalissima la direzione di Giampaolo Bisanti, sempre attento e
puntuale”. |
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| Il Tempo (28.09.2000) (Oberto Conte di San Bonifacio-
Spoleto) |
| “ Molto bene lo spettacolo…affidato
alla concertazione e direzione dell’impeccabile Giampaolo Bisanti….”. |
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| La Nazione (26.09.2000) (Oberto Conte di San Bonifacio-
Spoleto) |
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“ …Giampaolo Bisanti, ventotto
anni appena che si dileguano in un batter d’occhi di fronte alla maturità di gesto e di
autorevolezza. Davvero un direttore d’applausi, in grado di reggere le briglie di un organico
notevole…”.
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| Corriere dell’Umbria (15.08.2000) (Spoleto
sinfonico) |
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“…diretto da Giampaolo Bisanti
ventisettenne direttore d’orchestra milanese che brillantemente ha retto le redini della formazione
orchestrale….”.
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| Corriere della Sera ( ottobre 1997) (Angelo Foletto)
(Donizetti, La Lettera Anonima-Teatro Alla Scala) |
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“Il lavoro musicale di Giampaolo
Bisanti, che ha diretto con fervore l’orchestra del Conservatorio, costruendo un’intesa in graduale
affinamento con il palcoscenico”.
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